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Archivio Dicembre 2015

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16 Dicembre 2015 Commenti chiusi

8:15

Mi agito nel letto, ma ormai ci siamo. Io e la mia compagna ci siamo rigirati nel letto, cercando posizioni per dormire meglio, ma la sveglia era nell’aria. Lei si è alzata prima di me. Io forse mi sono riaddormentato. Non so. Mi viene a svegliare che sono le 8:20. Mi alzo e accendo la caffettiera, “saggiamente pronta dalla sera prima” (auto cit.). Una delle tendenze di twitter questa mattina è #cossutta. Il compagno Cossutta ci ha lasciato ieri. Non l’ho mai amato. Ma quando muore un compagno la famiglia tende a riunirsi.

8:45

Dal bagno arriva la radio che Luisa ha acceso. Radiopopolare racconta, io un pochino sento. Farfuglio, finisco il caffè e mi fumo la prima sigaretta della giornata. I Wu Ming non si sono ancora scaldati, nessun tweet ancora. Un solo retweet: la Mondadori ha consigliato qualcosa di “non scontato e scritto benissimo su #grandeguerra”, “come cavalli che dormono in piedi” di Rumiz e “cent’anni a nordest” di Wu Ming 1.

Lo specchio riflette una faccia stanca e vagamente perplessa. Oggi toccherà starci dentro per qualcosa come 14 ore. Ripasso dalla camera da letto per vestirmi. Vedo il letto disfatto, invitante come tutti i letti disfatti e ancora un po’ tiepidi. Penso: domani mi ci rigiro quanto voglio, visto che dovrò lavorare nel tardo pomeriggio.

C’è tempo ancora per qualche tiro di sigaretta. Mando ai miei soci del gruppo una possibile scaletta per la registrazione di domani. Due ore in sala prove, registrazione in presa diretta su chiavetta con la possibilità di sistemare le tracce successivamente. Ci serve un cd da portare nei locali per proporci.

9:15

Prima di infilarmi i guanti e di salire in bici chiamo la mamma. Sta bene, lei è sempre stata più mattiniera di me e la voce le esce meglio, più chiara. Ricordo quando vivevamo insieme, ricordo il vibrare dei vetri della porta di camera mia quando entrava per svegliarmi e dirmi che il caffè era pronto. Non sentirò mai più quel rumore, il che è un bene. Si può tendere a scivolare nella nostalgia che ogni “mai più” implica, ma ad essere sincero quel rumore l’ho sempre odiato. Quindi bene così.

9:30

Arrivo in ufficio. Oggi interviste singole fino al primo pomeriggio, poi un focus group nel pomeriggio sullo stesso argomento (supermercati) e, verso l’ora di cena e oltre, due focus su una compagnia di energia elettrica. Non male, se penso che uscirò di qui fra le 10:30 e le 11 di questa sera.

Mi sistemo alla mia postazione. Mi sono portato dietro il mio mac, perché il pc che abbiamo in dotazione è impresentabile. Non mi metto ancora al lavoro. Riapro twitter: trovo un altro retweet dei Wu Ming. Qualcuno sta facendo girare una propaganda inquietante su Putin. Ci sono tre foto, una datata 1920, una 1941 e l’ultima 2015. Tre foto di una persona, vestita da soldato in trincea nei primi due casi, che assomiglia incredibilmente a lui (nell’ultima è proprio lui). Effetto propagandistico: Putin è una creatura mitica, sempre esistita, “onnipotente e immortale”. Un potere come quello di Putin non può fare a meno di questo tipo di mitopoiesi. Non escludo che qualcuno ci creda.

10:30

Vedo la macchinetta del caffè di fronte a me. In questo spazio tutto a vetri lo sguardo vaga. La vedo, ma una rampa di scale ci divide. Seguo l’hastag #cossutta e la mia mente torna al ’92, mi pare. Mia sorella mi aveva messo in contatto con alcuni suoi amici di Rifondazione che prontamente mi hanno portato ad un incontro, presso il palazzetto dello sport a Sesto San Giovanni, fra i vari segretari comunisti d’Europa. Posso vantarmi del fatto che, nonostante la mia giovane età, quel dirigente comunista così preciso e dall’aria rigorosa, non mi piaceva. Intravedevo troppa ortodossia. La sua figura richiamava ad una iconografia che già mi sembrava lontana. La voglia di comunismo che avevo non era molto ben rappresentata da lui. Lo ascoltai ugualmente e imparai molto da quell’incontro. Lì comprai la mia prima foto del Che, quella classica, che ancora conservo. Tornai a casa con i mezzi, raccontai tutto ai miei genitori, a cena. Mio padre, dopo avermi ascoltato disse: “ok, bene, non dimentichiamoci però che Cossutta è stato uno di quelli che negli anni caldi chiedeva l’intervento della polizia contro gli studenti”. Infatti. Mi chiedevo che senso avesse essere ortodossi e filosovietici – intendo come linea politica reale, non tanto come fascinazione suggestiva- in un paese come l’Italia che, al di là delle cazzate sulla paura dell’invasione da parte della Armata Rossa, mai e poi mai sarebbe finito nella sfera di influenza sovietica, in primo luogo per mancanza di volontà in questo senso proprio dei sovietici. Per quanto pieno di limiti ed eccessivamente istituzionale, ho trovato l’Eurocomunismo di Berlinguer una proposta politica decisamente più realistica, se non altro perché non passava sopra ad una contraddizione macroscopica come se nulla fosse. Si poneva il problema, come si dice.

11:30

Prime interviste andate. Sono diventato bravo a capire l’età ad occhio. In reception c’è un gran viavai, a me tocca recuperare gli intervistati prima che vengano inghiottiti dal casino e finiscano da tutt’altra parte, in questo enorme edificio. Di loro conosco nome e data di nascita. Quando è quasi ora del loro arrivo, mi apposto vicino alla reception e scruto il cortile. Se sto aspettando una ragazza sui 30 anni, ad esempio, non è difficile riconoscerla: il passo dell’intervistato che arriva qui solitamente è incerto – molto diverso da chi varca questa soglia tutte le mattine: scazzato o incazzato che sia, il dipendente, o l’habitué come me, ha un altro passo – e questo, unito ad una stima sempre più precisa dell’età, mi fa andare quasi a colpo sicuro.

Individuo quella giusta, la porto alla sua intervista. Poi mando un messaggio ad Andrea: lavoriamo nello stesso posto e suoniamo nello stesso gruppo. Lui batteria, io chitarra. “Sizza?” –doppia spunta blu e “…andrea sta scrivendo…” – “scendo”, risponde.

Parliamo dei regali di natale, di quanto i Beatles abbiano ispirato tutta la musica – buona – che sentiamo oggi. Alcuni personaggi che lavorano qui li ho scoperti con il tempo. Più o meno da quando ho iniziato a lavorare ho capito che non bisogna farsi prendere dal tema “amicizia” sul lavoro. “Non ci sono amici sul lavoro”, mi sono spesso ripetuto e non perché “business is business” e altre frasi fatte. Non ci sono amici perché, per come la vedo io, quello che differenzia una frequentazione fra amici e una fra colleghi è il motivo per cui ci si vede. La ripetitività di un lavoro, ogni giorno stesse persone e stesse facce, può indurre a pensare che, condividendo la stessa declinazione di una condanna, quelli con cui si va più d’accordo diventino amici. Errore. L’amico trova del tempo per stare con te, così come io faccio con lui. Il nostro tempo insieme è frutto di una scelta: vedo un amico e faccio quello, sto con un amico e rinuncio, volentieri, a fare altro. In un contesto lavorativo si sovrappongono troppe cose. Ben vengano quelli svegli con cui puoi parlare di cinema, libri, calcio, politica mentre bevi un caffè, ma non mi sono mai fatto prendere dall’illusione che quella fosse amicizia. Il che non esclude categoricamente che possano nascere amicizie, ma, per come la vedo io, sicuramente hanno una genesi molto più lunga e travagliata, perché si devono affrancare da un contesto costrittivo e ripetitivo quale quello del lavoro e sfociare in un contesto totalmente spontaneo quale il tempo con gli amici.

 

12:30

Amici. Ultimamente ne ho più bisogno del solito. Sono fortunato perché ne ho molti. Mi piace passare del tempo con Giorgio. Con lui ci si capisce bene. Qualche giorno fa ci siamo sentiti per telefono. Due parole su quando vederci

“oh, ma hai visto sta storia che della area expo non sanno che farsene ora? e chi l’avrebbe detto eh?”

“era quello che abbiamo provato a dire il primo maggio, ma l’estetica della violenza ha avuto la meglio. ragazzi vestiti di nero, fumo acre, tutto plumbeo. anche la giornata ha aiutato, se ricordi non c’era il sole, era tutto grigio. tutto già visto, già scritto”

“assolutamente”

“che poi noi secondo me corriamo un doppio rischio: da un lato ci hanno sempre sputtanato con questo sistema. mandare in vacca un corteo non è assolutamente difficile, basta qualche infiltrato al posto giusto e loro questa parte l’hanno studiata bene. aggiungici che io non vedo un servizio d’ordine ben fatto dalla metà degli anni ’90”

“sì, così si apre una prateria”

“sì. ormai basta sempre meno per screditare un qualunque movimento. mettici che non abbiamo servizio d’ordine, mettici che la violenza è completamente uscita dal dibattito per diventare un totem che riunisce tutti nel suo rifiuto. solo alcune violenze però”

“io non ho mai sentito inveire contro un banchiere come si inveisce contro un rom, e direi che il primo influenza la mia vita molto più del secondo”

“infatti. anni e anni per fare riconoscere pavlovianamente solo un tipo di violenza, quella che viene dal basso, quella evidente. che poi, se vogliamo dirla tutta, fa un numero di danni infinitamente inferiore rispetto alla violenza delle politiche salva banche, quelle che precarizzano il lavoro, quelle che ti mettono di fronte al ricatto: cedi diritti se vuoi sopravvivere”

“ma c’è anche dell’altro mi dicevi”

“secondo me sì. tenuto buono quello che abbiamo detto fino ad ora e tenuto buono anche che un fatto raramente ha una sola spiegazione, secondo me c’è anche una parte di manifestanti non infiltrata, spontanea, che sceglie la violenza scientemente. chiaro, per certi versi fa sempre il gioco di chi scredita, ma la sua origine penso sia diversa. penso provenga da valutazioni politiche”

“sì, che poi possiamo condividere o meno, ma è un’altra genesi”

“esatto. mi pare stupido non pensare che una società violenta come la nostra, che applica una violenza strisciante, senza epifenomeni chiaramente visibili e identificabili ma che impregna svariate relazioni di tutti i giorni, non possa generare altra violenza, più visibile e più identificabile, ma è un effetto inevitabile”.

“leggevo qualcosa sul ’77, non ricordo cosa, e ho avuto come l’impressione che qualunque forma di protesta non convenzionale o non prevista dalla sinistra istituzionale, anziché essere studiata, veniva bollata come attività di provocatori ed infiltrati”

“sì devo avere letto anche io qualcosa del genere…”

“forse Derive Approdi!”

“probabile sì. è assolutamente necessario distinguere: un conto è criticare una strategia politica perché si è cercato di capirla…”

“…e magari criticarla con un discorso un po’ più di ampio respiro, rispetto al rifugio nel decoro…”

“assolutamente. un altro conto è bollarla come estranea alle dinamiche sociali, attribuirla ad una volontà superiore che la usa a suo piacimento. così non ci si capirà mai una mazza di niente”

“infatti se ci fai caso proprio il ’77, e quello che lo ha generato, muoveva, ad esempio, da una critica feroce alla società dei consumi, attribuendole un potere coercitivo e di controllo decisamente superiore ad una dittatura”

“così è stato infatti. mentre il pci cercava di capire quanto spazio ci fosse per una politica sempre più istituzionale, intorno succedevano delle cose che hanno ignorato”

“e oggi tutti in coda per il nuovo iphone, come se fosse una cosa normale”

13:30

Provo una sensazione profondamente sgradevole quando qualcuno oggi si indigna perché dell’area expo, ora, non sanno che farsene. Qualcuno aveva sollevato il problema molto tempo fa, ma l’euforia obnubilava ogni ragionamento e anche una domanda così banale, cadeva nel vuoto. Non dà soddisfazione dire “l’avevamo detto”. Proprio per nulla.

14

Si è presentata una signora per una intervista. Non la avevo in lista. Con un paio di telefonate, e con il giusto supporto, abbiamo risolto la questione. Questo piccolo imprevisto mi ha costretto a salire al secondo piano, dove ci sono gli uffici, caldissimi. Qui sotto invece, dove sto io e dove ci sono le sale focus, fa freddo. Io mi chiudo nel mio ufficietto con una stufetta elettrica. Qualcuno ha provato a chiedermi se poteva prenderla. “Non funziona” ho risposto e la stufetta è rimasta qui a farmi caldo.

Fra poco il lavoro si intensificherà. Forse arriverà una assistente, che personalmente non sopporto. È forza lavoro, per carità, e molte cose gliele delego. Il fatto è che proprio non mi ci trovo.

15

Il casino si intensifica. Adesso iniziano i gruppi. Seguire delle interviste individuali è abbastanza semplice. Uno via l’altro. Catering praticamente inesistente. Con i gruppi invece è diverso. Arrivano 8/9 persone, 4/5 clienti che si guardano il gruppo da dietro lo specchio tipo interrogatorio della polizia. Mi incasino facile, nonostante abbia una discreta esperienza. Stacco la mente appena posso. Provo a pensare di essere sulla spiaggia di Capalbio, ma certe cose vanno fatte bene: devo pensare alla sensazione dei piedi nella sabbia calda, sempre più umida man mano che mi avvicino alla battigia. Devo pensare al rumore del vento nelle orecchie, a quel nulla intorno di cui mi riempio. Mica facile. Oggi non fa molto freddo a Milano, ma è pur sempre dicembre, a ridosso di natale: uno dei periodi peggiori, perché insieme al freddo ho i brividi anche per questa epica fiera del nulla. Sabato, anziché starmene spaparanzato sul divano, ho aspettato per circa 30 minuti un commesso del mediaword per avere info su un pc. Improvvisamente mi sono reso conto che stavo buttando via il tempo, che quello che stavo facendo non aveva alcun senso. Se devo buttare via tempo vorrei essere io a decidere come.

16

Inciampo in una trave del parquet messa male. Bestemmio, poi mi guardo intorno e non mi ha sentito nessuno. Qui dove lavoro – arredamento sfigazzuolo tra l’etnico e il cazzone – ad agosto si è allagato tutto. Acquazzone estivo e l’acqua ha iniziato a filtrare da un lucernario. Io non c’ero. Proprio il giorno in cui è successo, io stavo partendo con Luisa in macchina direzione Ascoli Piceno. Non proprio Ascoli Piceno, lì vicino. Un mio amico è andato a vivere lì e ci ha ospitato per la nostra prima notte della gloriosa estate 2015. Da lì il giorno dopo siamo andati a Foggia, poi Salento, poi la scoperta della Basilicata e di Matera. Cilento e maremma ultime tappe. Ho trovato significativo che, il giorno della partenza, quando ti lasci tutto indietro e non ne vuoi sapere più nulla, il posto dove di solito lavori si allaghi.

Come diceva Jules Bonnot, “dopo di noi, il diluvio”

17:30

Fumo una sigaretta in cortile. Ascolto in cuffia “Corduroy” dei Pearl Jam. Cammino nell’androne, arrivo fino alla strada, lungo il passo carrabile. C’è vita fuori. Aspiro. Rientro. Mi tolgo il giaccone. Conto approssimativo delle ore ancora da fare. Troppe. Meglio non pensarci. Mi messaggio con Luisa, mi dice di tenere duro, io dico lo stesso a lei.

19

Reception chiusa, portone chiuso: a quest’ora il traffico dell’ufficio è in uscita. A me manca ancora un po’. Cerco di non esagerare con le sigarette, né con le porcate da mangiare. C’è un servizio di catering che porta delle cose, ma sembra sempre che abbiano svuotato il bancone dell’aperitivo. Vanno per la maggiore i panini al latte con dentro formaggio  e affettato (buoni, ma, dopo anni, non ne posso più), poi pizza tagliata a fette, focaccia, se dice bene olive ascolane, bocconcini di pollo fritto, pezzi di frittata a cubetti. Macedonia, pinzimonio e qualche paninetto vegetariano in quota salutisti. Mangi, sì, ma l’effetto è lo stesso di quando mangiavo all’aperitivo: non sei sazio ma non hai nemmeno fame. Penso nasca come cibo che accompagna una o più bevute e per questo non ha una sua identità. Un tempo andavo spesso a prendere l’aperitivo. Era un pretesto molto comodo per fare due chiacchiere con un amico che non vedi da un po’, di quelli con cui proprio non riesci a beccarti quanto vorresti. Poi la mia sempre più scarsa resistenza all’alcol e una dieta un po’ più attenta, mi hanno fatto praticamente smettere.

20

Questo lavoro a volte ha dei tempi morti micidiali. In alcuni momenti corri e ti sbatti, in altri vaghi su youtube cercando qualcosa che ti intrattenga. Spesso mi guardo i vari “how to play”, video che ti spiegano per filo e per segno – chi più chi meno – a suonare alcuni brani alla chitarra. Non avendo la chitarra sottomano quando sono al lavoro, non posso provare, ma mi faccio una idea del livello del difficoltà. Un ragazzo che lavora qui qualche giorno fa mi ha suggerito di guardare i video di tal Federico Frusciante. Il cognome evoca musica e varie storie annesse, compreso un rapimento da parte degli alieni, ma il ragazzo in questione non c’entra nulla con tutto questo. È un livornese che gestisce una videoteca nella sua città, ma non per questo è diventato celebre sul tubo. È un critico cinematografico, anche se un po’ sui generis. I suoi video raramente durano meno di mezz’ora, attestandosi come durata media sull’ora e qualcosa. Ho iniziato, su consiglio del ragazzo che lavora qui, vedendo una lunga presentazione del cinema zombie e, come naturale conseguenza, del cinema di Romero. Mi piace il suo modo di ragionare, il suo passare da un linguaggio colloquialmente livornese ad una terminologia tipica di chi capisce e ama il cinema. Notevole anche il suo monologo sul cinema di Monicelli, pretesto importante per parlare del cinema italiano di oggi. L’idea di fondo, cercando di riassumere al meglio un’ora di monologo molto divertente e condivisibile, è che il cinema di Monicelli raccontava la realtà, creava personaggi solo apparentemente divertenti e scanzonati, in realtà si portavano appresso molte brutture di questo mondo, di questa società. Era un cinema che non edulcorava nulla, andava dritto per dritto, come messaggio. Questo cinema, preso come pietra miliare (posizione che mi trova del tutto d’accordo), viene messo a confronto con i vari cinepanettoni, con De Sica (figlio, ovviamente) che tratta “ammerda” il filippino o lo straniero di turno, con una trama che narra una arrampicata sociale, con un cinema che, sostanzialmente, racconta una realtà che non c’è ma che, nelle intenzioni di chi fa il film, si fa credere che ci sia.

21:30

Forse tra un’ora sono fuori. Ormai in ufficio non c’è più nessuno, solo gli intervistati, io, la ragazza che lavora con me e un esercito di uomini delle pulizie pronti ad entrare in azione non appena avremo sgomberato il campo.

Sono stanco, di una stanchezza che si mischia con l’inerzia e che fa andare avanti. Ho un accavallamento di nervi sul collo che sono sicuro sia frutto di ore ed ore passate al computer. La ragazza con cui lavoro nei momenti di ozio non stacca gli occhi dal suo smartphone. Non posso biasimarla, visto che io sto passando da un video all’altro su youtube. Quando sto spegnendo la testa per stanchezza inizio a guardare video di aerei che atterrano, di V Strom che fanno off road spinto, Ken Block che derapa, oppure l’attacco di “Jumpin Jack Flash” dei Rolling Stone nel film “Shine a Light”, uno dei più fighi attacchi della storia del rock. Ci ho messo un po’ a capire come facesse il vecchio Keith a suonarla così. Alla fine, anche grazie ad un paio di video esplicativi, ho capito che ha la chitarra accordata in sol, ha un capotasto al terzo tasto e…cakkio, ancora non suona uguale. Cos’hai fatto, vecchio rockettaro bollito, per farla suonare così? Guardo meglio il video. Il vecchio Keith ha tolto una corda, ha tolto il mi basso, così con la pennata arriva diretta sul la, che poi è accordato a sol. Sei un genio. Io però la corda non la tolgo Keith, perché non ho 7 – 8 chitarre da suonare, ognuna con qualcosa di diverso dall’altra.

22:45

Sono sul portone dell’ufficio. Ho il sedere sul sellino, mi sto infilando i guanti e scambio le ultime battute con la mia collega che deve sorbirsi ancora una mezz’oretta di lavoro. Lei aspira dalla sua sigaretta mentre ci salutiamo.

Pedalo fino a casa e intanto sento al telefono mia mamma che è rintanata in casa a ripararsi dal freddo, fiera di avere rifiutato di andare a vedere un film che non le interessava; al telefono ridiamo pensando al bellissimo monologo di Gaber “cosa mi sono perso”.

23:15 – Tana

Sono sul divano a provare dei riff con la chitarra elettrica non amplificata. Televisione a basso volume sintonizzata sul nulla.

Battaglia vinta.

Ripongo le mie armi, pronte per il giorno dopo

 

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6 Dicembre 2015 Commenti chiusi

Ieri leggevo che un abitante di Al Raqqa, in Siria, quando si alza e scruta il cielo, spera nel brutto tempo. Non perché vuole che salti una gita, un’uscita di cui non ha voglia, un pranzo palloso con i suoceri fuori porta. No. Spera nel cattivo tempo, nelle nuvole che coprono il cielo, perché così, forse, bombarderanno di meno. Anche se il brutto tempo non mette al riparo dalle esecuzioni sommarie per mano del Daesh, che ormai controlla interi territori dello stato siriano, se non altro elimini una variabile. Di morte.

Qui a Milano il traffico piano piano aumenta. La gente inizia lentamente a mettersi in coda, a comprare dei regali, a sfruttare le pause pranzo o i week end. Bisognerà iniziare a calcolare bene percorsi e orari, prima di mettersi in viaggio in città. Se poi piove, se fa brutto tempo, ancora peggio. Si spera nel bel tempo, che esca un po’ di sole a scaldare qualche ora.

Ieri, mentre la città si svuotava per il ponte, i parcheggi liberi aumentavano a vista d’occhio e  Milano veniva invasa da un piacevole senso di quiete, la polizia turca, durante una operazione a Istanbul,  uccideva la 19enne Dilan Kortak. I dettagli non sono chiari, ma il padre è convinto: è stata giustiziata in quanto attivista curda.

Senti improvvisamente un rumore lontano, che cresce velocemente, diventa rombo nel giro di pochi istanti. È un rumore assordante, che esclude tutto il resto. Se sei in una parte del mondo quel rumore sa di protezione, di potenza tutta volta a schiacciare un nemico. Se sei dall’altra parte del mondo quel rumore potrebbe essere l’ultima cosa che senti. Puoi morire con quell’ultimo ricordo di vita terrena: un boato che risucchia tutto.

Questi discorsi restano fuori, però. Fuori da un dibattito civile e democratico su come salvare il nostro life stile (che, proprio in questi giorni dell’anno, si prepara a dare il peggio di sé). “Attacchiamo”, “difendiamoci”, “facciamo favori alle società che vendono armi che ci guadagniamo tut…”, no questo magari non lo diciamo.

Macerie che cadono, polvere che si solleva, braccia, gambe, pezzi di corpi sotto le macerie. Questo scenario non può essere rappresentato. Bisogna dire – e fare dire – che le bombe cadono in testa a personaggi vestiti di nero, dai visi coperti e armati di tutto punto. Personaggi che odiamo con tutto il nostro cuore: sono feccia, attentano alle nostre vite, alle nostre abitudini, alle nostre code natalizie.

Perché sono lì? Che ci fanno? Da dove sono usciti? Come hanno fatto, e come si sono permessi, di ammazzare gente a caso a Parigi?

Te lo hanno anche detto da dove sono usciti, perché sono lì, quale logica li ha armati. Si fa fatica comunque a chiamarla logica, visto che, se vale il principio che i nemici dei nemici sono amici, allora perché ora non appoggiare la lotta curda, l’esperienza del Rojava? Loro combattono il Daesh.

Ingenuità. L’occidente non può tollerare che qualcuno del posto si inventi soluzioni, modelli di sviluppo e cooperazione. Quell’area deve rimanere instabile, altrimenti come giustificare continui interventi per accaparrarsi risorse? I curdi combattenti del Rojava hanno scelto un modello di vita comunitario, risorse in comune, libertà di culto, convivenza pacifica tra diverse etnie e credi. Il vero pericolo è che questo sistema prenda piede, che se ne conoscano i vantaggi, le armonie e la determinazione di chi lo sta difendendo. Meglio non raccontarlo, non parlarne. Una idea di società migliore è decisamente più pericolosa di un gruppo di assassini vestiti di nero che, è vero, ammazza persone come se nulla fosse, ma tutto sommato spaccia un modello di nemico perfetto. Non ha volto, veste di nero, è intriso di una estetica della violenza di stampo occidentale, che trova continua pubblicità sui vostri tg.

Altre storie, invece, un volto ce l’hanno.

Dilan Kortak, 19 anni, curda