Archivio

Archivio Gennaio 2016

ottanta

27 Gennaio 2016 2 commenti

È il ticchettio rassicurante di una tastiera, sono dei pensieri buttati alla rinfusa su un foglio, un misto di idee, riflessioni, letture e fumetti. È la voglia di raccontare quanto è bravo un autore, quanto è bello un libro, quanto un’idea, un collegamento, mi abbia aperto la mente. Metto tutto insieme e inevitabilmente lo scarico si ottura di parole che non scendono: non riesco a districare la matassa e finisce che scrivo solo una minima parte di quello che ho in testa.

Ho in testa il freddo. Più che in testa nel corpo. Un accompagnamento costante e anche un po’ irritante. Bisognerebbe non irrigidirsi, non fare muro ma cercare di entrare in sintonia o quantomeno non provare a resistergli. Penso a Mauro Corona, alla sua maglietta senza maniche con cui va in giro anche in alta montagna. Ammiro la sua sintonia con l’ambiente. Io, quando fa freddo come in questi giorni, ho bisogno, più o meno una volta al giorno, di un momento di tregua, di un momento in cui posso togliermi tutti gli strati di dosso e stare al caldo (che normalmente vuol dire doccia bollente quotidiana).

Sabato siamo stati in giro, in centro, cosa che non facevo da parecchi anni. Il pretesto era la manifestazione per i diritti civili in piazza della Scala. Tanta gente, tante facce, alcune stra conosciute. Poi le nuove leve dei ragazzini, quelle che diventeranno le facce conosciute dei prossimi anni.

Ho avuto un po’ la sensazione di rivendicare l’ovvio, lo scontato. Mi chiedo su quale fronte possa sentirmi minacciato se le possibilità di unione e tutela che ho io vengono estese anche ad altri. Mi interrogo sulla fragilità di certe identità che hanno bisogno dell’esclusiva per potersi realizzare a pieno.

Scontato, sì, ma la piazza era piena. Non si sentiva granché degli interventi, ma l’importante era stare lì, esserci.

Milano non è cambiata molto da quando, ragazzino, prendevo il tram e andavo verso il centro il sabato pomeriggio. Rituale quasi d’obbligo, prime boccate di libertà. Io mi sono stufato in fretta di quel vai e vieni senza scopo, preferendo presto altri lidi, quasi per principio lontani dal centro: la lontananza era garanzia di non omologazione. Il centro di Milano al sabato però – al netto delle nuove aree pedonali, degli arredi urbani, dei negozi con temperature tropicali all’interno – mi sembra sempre lo stesso. Tanta gente con la voglia di essere lì, perché lì, non fosse altro per la concentrazione di persone, qualcosa accade.

In un pomeriggio infrasettimanale vuoto che stava virando al noioso, sono andato a camminare per la città con mia mamma. Anni fa, tra piazza del Carmine e piazza Cairoli c’era parecchio del nostro mondo. Mia nonna viveva proprio a metà fra le due piazze e mio zio aveva un bello studio davanti alla chiesa del Carmine. Per un motivo o per l’altro bazzicavamo spesso la zona.

Quel pomeriggio camminavamo per Brera. Mi passavano per la testa molte cose. Una in particolare. Qualche settimana fa, vagando per youtube, ho trovato un video a cui ero molto affezionato. Lo trasmettevano la notte, su una tv privata. Era un video anni ’80 su Milano. L’intento era promozionale e Milano veniva raccontata come una città dalle infinite possibilità: affari, arte, alta società, laghi e montagne vicine per svagarsi. Ero piccolo e restare sveglio da solo in sala a vedere la tv la notte era una primordiale forma di ribellione. Prendevo anche confidenza con il tempo dilatato della notte, tempo che, con gli anni, avrei fatto mio in vari modi. Quel video andava a rotazione, rassicurante nel suo scorrere sempre uguale. Raccontava una Milano appena finita, quella del boom ’80. Una Milano indigesta, iniqua, con tutta una sovrastruttura di idee e parole d’ordine insopportabile. In quelle notti però non contava il contenuto. Contava il fatto che stava raccontando qualcosa che avevo appena finito di vedere. Ritrovare e rivedere quel video mi ha fatto un effetto strano ma piacevole. Soprattutto mi ha spinto ad una riflessione. Rivedendo la rappresentazione di quegli anni, qualcosa dentro di me la associava ad un contesto rassicurante. Non erano quegli anni in particolare, ma semplicemente il fatto che in quegli anni io ero un bambino e quella era la mia realtà. C’erano mamma e papà giovani, c’era la nonna sempre arzilla, c’erano i 3 mesi all’anno in maremma, c’era la scuola, che odiavo, ma che tutto sommato andava. Era la mia infanzia, o preadolescenza. E quello era il mio contesto. Poco dopo, all’incirca un lustro, la politica è entrata nella mia vita prepotentemente. Gli anni ’80? Un’epoca da dimenticare. Anzi: da additare come qualcosa da non ripetere, la causa di molti mali, morali e politici. Il mio giudizio, sebbene meglio circostanziato, resta questo, anche ora. Quello che è emerso è una sensazione assolutamente personale e soggettiva. Quegli anni erano la mia cuccia, si viveva il tempo come risorsa infinita, non c’erano problemi e se ci fossero stati i miei super genitori li avrebbero risolti con il sorriso sulle labbra. Bello pensarla così.

Ero assorto in queste elucubrazioni che stavo gettando alla rinfusa addosso a mia mamma, mentre camminavamo per Brera.

E’ il passaggio dal tempo ciclico a quello lineare”

…eh?…”

Il passaggio dal tempo ciclico a quello lineare, ti dico. C’è una fase della vita in cui pensi che le cose si susseguano ciclicamente all’infinito. Sì, ti rendi conto che stai crescendo, ma quella percezione ti resta per parecchio. Sembra tutto immobile, ciclico e rassicurante”

e poi?”

beh poi – sorriso della mamma – poi capisci che invece diventa lineare”

già” (espressione perplessa e preoccupata del figlio)

ma guarda che mica è una tragedia – sorriso rassicurante della mamma – è solo che cambia quella percezione”

C’è una maga che fa le carte. Anzi, due. Amore, soldi, salute.

…mica è una tragedia….”

già…voglio fartelo vedere quel video”

volentieri”

non è nulla di che, è solo che per me significa qualcosa. Non lo avrei mai detto”

non ti preoccupare”

 

 

Categorie:Argomenti vari Tag:

Mettici che è lunedì

18 Gennaio 2016 3 commenti

 

Ieri sera era da mettersi ben coperti a guardare le stelle: il fatto che si vedessero qui, nel cielo di Milano, aveva qualcosa di straordinario. Sono rare le stelle a Milano, almeno quelle non rinchiuse nel planetario. Tanto rare quanto la voglia di fare qualcosa di lunedì. Qualcosa di diverso rispetto al trascinarsi al lavoro, posticipare le cose da fare su google calendar, ripromettersi di approfondire qualcosa che invece, molto probabilmente, resterà in superficie.

C’è il sole, anche oggi, e forse stasera ancora stelle. Credo che ne dovremo passare ancora molte prima di poter respirare aria buona sotto ad un sole tiepido, anche se ieri quel sole a tratti caldo, quell’aria pulita e splendente mi ha inevitabilmente fatto fare un balzo in avanti. La razionalità a volte si ritrova disarmata rispetto a certi istinti che parlano di caldo, di pochi vestiti addosso e di giornate lunghe.

Nella testa frullano immagini di zombie ammazzati e nozioni di un libro su Salvini e le nuove destre: ieri sera ho letto fino a che non mi si sono chiusi gli occhi. A volte quello che leggo diventa materiale onirico, altre volte resta in un angolo della mia testa fino a che un qualcosa, il giorno dopo, non lo ritira fuori. Gli stimoli che richiamano un concetto sono intorno a me; sono un po’ come i centimetri che il coach D’Amato invita a cercare in ogni momento della partita.

 

Continuo a perdermi, con una scientificità del tutto involontaria, qualunque presentazione, incontro, dibattito, sui prossimi candidati a sindaco per Milano. E sì che il tema si sta facendo caldo. Tre candidati: una è diretta espressione della amministrazione uscente, un altro calato dall’alto ed espressione della alta borghesia che si dice incolore, pronta a risolvere problemi, ma che, visto l’ambiente da cui viene e gli incarichi precedentemente svolti, penso che virerà a destra, infine l’ultimo candidato direi a metà fra i due. Voci danno per certo l’accordo tra questo terzo candidato e quello dell’alta borghesia: il terzo si toglierà di scena lanciando la volata agli interessi forti emanazione del governo. Io ho smesso di credere alle voci, perché spesso sono prive di fonti, ammesso di non ritenere un “lo sanno tutti” una fonte attendibile. Più che informazioni sono tattiche di cooptazione, che non hanno come priorità il diffondere controinformazione, ma sondare il perimetro della cerchia.

Prevedo una primavera di discussioni su questo.

Mia mamma mi ha detto che questa mattina ha ritirato in casa un calzino ghiacciato. Ore del primo mattino, le più fredde. Quelle in cui Milano si sveglia; quelle in cui, se sei fortunato, stai ancora dormendo e inizi a sentire, mischiato ai tuoi sogni, il rumore dell’ascensore che porta le persone al piano terra e da lì verso la loro giornata. 

Oggi sono fortunato. Non devo uscire troppo tardi. C’è tempo per fare le cose con calma: sarò uno degli ultimi ad uscire di casa.

Metto in ordine le mie cose, rispondo a qualche mail. Svogliato. E’ lunedì e penso che il lavoro che faccio non mi piace.

Prima di uscire rileggo alcune sottolineature al libro che sto leggendo, “La politica della ruspa”, di Valerio Renzi (consigliatissimo)

“Non basta affibbiare ad un programma politico un giudizio morale per disinnescarlo”

Assolutamente d’accordo. Penso non valga solo per i programmi politici sgraditi

Mettici, poi,  che oggi è lunedì

 

 

letterariamente

7 Gennaio 2016 Commenti chiusi

Quell’aria di festa sta finendo, è agli sgoccioli. A me dispiace perché si perde quella calma olimpica che parte dalle strade semi deserte e sembra invadere anche casa. Tutto ovattato, avanzi in frigo, qualche amico da vedere la sera senza l’ansia della sveglia il giorno dopo. Tenuta casalinga con maglione pesante e pantaloni della tuta, spola tra tavolo e divano, libri nuovi tutti molto invitanti.

Dopo anni di affastellamenti e di 3-4 libri iniziati contemporaneamente, ultimamente sto tornando alla regola dell’uno per volta. Devo finire “Rojava Calling” che è un piacere da leggere: una carovana di compagni è stata per molto tempo in Kurdistan, ha bazzicato la frontiera turco – siriana, ha osservato, ascoltato, aiutato, si è emozionata, ha condiviso. Il libro non ha un autore, ma è un racconto corale attraverso un “noi” collettivo che osserva con molti occhi e riporta tutto ad una visione d’insieme. Penso che dopo potrei buttarmi su “I Buoni”, di Luca Rastello. Il libro, a quanto ho capito, appartiene ad una di quelle forme di narrazione ibrida che mescola il saggio, il racconto e fors’anche il romanzo. Da questo punto di vista ho apprezzato moltissimo “PCSP – Piccola Contro Storia Popolare” di Alberto Prunetti. Il libro racconta storie di resistenze e ribellioni in maremma, da prima del fascismo fino al post liberazione. L’intento dell’autore è quello di ridare vita a storie, personaggi e vicende emblematiche di quella zona e di quei periodi. Prunetti ha spulciato archivi, note della questura, ascoltato voci e vicende per restituire il tutto in una forma di narrazione assolutamente fruibile, molto distante dal mero resoconto di archivio. Per sua stessa ammissione ad alcune storie è stata aggiunta un po’ di fantasia che non ne snatura la sostanza, ma le rende solo un po’ più scorrevoli ed apprezzabili.

In mezzo a tutto questo sono il felice possessore di una copia di “Nuova rivista letteraria”: fondata dal compianto compagno Stefano Tassinari, e nata come “Letteraria”, è un semestrale di letteratura sociale. Questo numero è dedicato al tema della ri-nazionalizzazione delle masse da parte delle nuove destre, quali sono i miti fondanti e attraverso quali meccanismi fanno breccia sulle persone. E’ una rivista che consiglio vivamente, apre la mente, obbliga ad una riflessione. Per quanto mi riguarda è materiale preziosissimo. Mi capita di alternalo alle mie letture, come ieri sera. Ho letto l’articolo di Massarelli, “Da ‘Prima gli italiani’ a ‘Prima i poveri’”. Cito testualmente il sottotitolo: “esperienze di solidarietà e di lotta per il diritto all’abitare, antidoti contro il veleno della priorità nazionale, tentativo delle destre di disinnescare lo scontro di classe favorendo conflitti interetnici”. Il punto è esattamente questo, per come la vedo io. Allontanare l’attenzione dal vero problema e cioè che una classe ne opprime un’altra. Per mantenere questa oppressione siamo bombardati da messaggi di ogni tipo che ci spingono a vedere un nemico dove non c’è. A mio avviso è una impostazione che viene da lontano, più o meno da quando ci hanno detto che le ideologie sono cose vecchie, che c’è una nuova frontiera della politica e che lo “statalismo” è un male assoluto (se non ricordo male il Bossi prima maniera è stato uno degli alfieri della lotta allo statalismo: probabile che lui non sapeva cosa stesse dicendo, ma lo hanno comunque istruito bene).

In questo scenario le destre che berciano contro la globalizzazione e contro il neoliberismo, sono assolutamente strutturali. Non si oppongono a nulla di quanto già esiste. Viste le premesse gridare “prima gli italiani!” è assolutamente in linea con l’esistente, perché nega l’esistenza di un conflitto che si basa su altre discriminanti che non sono quelle vaghe, inventate, assolutamente prive di fondamento che afferiscono a razza, etnia, cultura comune, tradizione. L’articolo racconta di alcune lotte per la casa che ci sono state a Bologna, e che hanno visto, fra gli altri, l’autore dell’articolo presente sul campo; lotte che, di fronte ad una esigenza reale e di fronte ad un nemico comune, hanno ignorato differenze di provenienza, religioni, lingue e tradizioni (storia raccontata – magistralmente – anche in “Roma meticcia” degli Assalti Frontali). Ed è esattamente qui che si inserisce la politica delle nuove destre e il loro tentativo di “ri nazionalizzazione delle masse”. Dividono le vittime di uno stesso meccanismo inserendo nel discorso discriminanti irrilevanti, create ad arte, che sembrano parlare al buon senso (mi occupo prima di chi mi è vicino), ma che in realtà non scalfiscono l’esistente, perché il reale interesse è nel lasciare tutto come sta. Anche nell’invocare una privatizzazione che porti all’efficienza del servizio – restando in ambito emergenza abitativa e in ambito “soluzioni care alle destre” – Massarelli scrive che “nell’insistenza a presentare un piano di privatizzazione soprattutto dell’edilizia residenziale pubblica come panacea di tutti i mali, si annida quel segno che fa dell’ipotesi reazionaria del “prima i francesi!” [in questo passaggio si riferisce alla destra della Le Pen] uno strumento al servizio del neo liberismo e non come vorrebbero fare credere i suoi accoliti e predicatori di ieri e di oggi una efficace strategia di uscita dalla crisi economica contro i poteri delle banche e delle famigerate lobby di speculatori”.

Aggiungo qualcosa di mio dicendo che questi discorsi non vanno tanto indirizzati agli elettori di Savini e della Le Pen. Penso che questi movimenti abbiano un impatto più simbolico che effettivamente elettorale (tra l’altro la Lega di Salvini millanta una forza che in realtà non si è mai confrontata con una elezione nazionale vera e propria: io, da quando è fra i coglioni, ho solo visto Salvini parlare a 4 gatti protetto dalla polizia in tutte le piazze in cui è andato) . Credo che si tratti di un discorso più ampio, che ci pone di fronte alle molteplici forme che può assumere la reazione, che chiama a raccolta tutte le nostre intelligenze, i nostri scambi di informazioni, che mette alla prova i nostri strumenti. A tal proposito mi preme dire che uno strumento come l’antifascismo, corre un doppio rischio. Uno risaputo e scontato e cioè che venga messo in soffitta perché “non serve più”: viviamo in una società libera che ha saputo andare oltre. Niente passo dell’oca sotto casa, niente deportazioni su carri piombati, quindi basta, fine, non serve. Fin qui nulla di nuovo. Il secondo rischio, a mio avviso più inquietante, viene da chi usa – e talvolta celebra anche – l’antifascismo come una appartenenza di fatto, come una cosa che sta in una teca, pulita e curata, pronta per essere tirata fuori il 25 aprile o quando si va a Casa Cervi. Diventa quindi sostanzialmente una occasione sociale, di incontro, perdendo così la sua natura e il suo valore di strumento atto, attraverso nuove declinazioni, a riconoscere e combattere nuovi autoritarismi. L’errore più grave a mio avviso – e qui metto insieme entrambi i rischi che l’antifascismo corre oggi – è pensare che quel tipo di esperienza e di opposizione, serva solo a combattere un autoritarismo che risponde ai canoni di divise, stivali, mitra e discriminazioni apertamente razziali. Oggi, quindi, risulterebbe inutile, da questo punto di vista. Mi è capitato di parlare con compagni che non si perdono un 25 aprile in porta Venezia, ma alla fine trovano che quelli della Val Susa abbiano rotto i coglioni, assolutamente incapaci di vedere quale tipo di repressione e di persecuzioni stanno subendo quelle popolazioni per non voler rimanere schiacciati da un modello, più che da un tunnel inutile. Lo stesso è accaduto parlando della lotta dei facchini bolognesi, di quelli del No Muos in Sicilia, dei comitati per la casa a Bologna e a Roma, degli scontri fuori dalla Leopolda ai primi di maggio (episodio che definirei la quadratura del cerchio).

Come dicevo l’aria di festa sta finendo. Ieri ho fatto una lunga passeggiata per la città e ogni tanto mi fermavo per condividere, via messaggi con mia mamma, il mio ingenuo ottimismo per un’aria nuova che nascondeva, lontano lontano, dei primordi di primavera.

 

Via San Vittore a fine pomeriggio. Un’aria che a me è parsa diversa