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Archivio Settembre 2016

scritto n 4 – tutto

22 Settembre 2016 Commenti chiusi

Forse dovrei aprire la finestra, così i panni stesi non prendono l’odore della prima sigaretta della giornata. Aprire la finestra e fare entrare l’aria del primo giorno di autunno. Dovrei anche mettermi a capire come funziona instagram, ma ogni volta che mi ci applico, qualcosa mi sfugge, mi spazientisco, trovo qualcosa di meglio da fare e lascio perdere. Stessa cosa di quando ho iniziato con twitter: non capivo quasi nulla e ci ho messo un po’ a comprendere la mia vocazione di voyeur. Su twitter seguo una settantina di account, alcuni dei quali inattivi da tempo. Altri invece sfornano tweet, ma soprattutto link, dalla mattina alla sera: approfondimenti, punti di vista alternativi, notizie che non trovo altrove. Per me è una specie di rassegna stampa “di movimento”. Quando Abdesselem El Danaf è stato travolto e ucciso da un Tir mentre stava manifestando davanti alla GLS di Piacenza, buona parte dell’opinione pubblica è venuta a conoscenza della protesta dei lavoratori della logistica, che dura ormai da tempo, in quel momento. Macabra ironia: doveva morire qualcuno perché quella lotta finisse sulle prime pagine. Tempo fa, a cena da amici, il discorso andò sulla situazione italiana: politica, società, alternative. Fu un discorso abbastanza superficiale, nonostante nessuno dei presenti fosse contento della situazione. Mi sentii in dovere di dire che non era tutto piatto e senza speranza. In Italia, come altrove, sono molte le realtà in lotta. E non lottano solo per il loro piccolo o grande tornaconto: una vertenza si unisce ad un’altra, un picchetto solidarizza con uno sciopero da un’altra parte. Ci vuole poco per capire che, al di là delle rivendicazioni contingenti, sono tutti vittima dello stesso meccanismo, che sfrutta, riduce i costi, massimizza i profitti di pochi. Niente da fare: portai ad esempio proprio la lotta dei lavoratori della logistica e fui guardato come il giapponese sull’isoletta sperduta che non crede che la guerra sia finita. Qualcuno, al desco, provò un’evidente compassione per me, così come io la provai per loro.

È molto difficile cercare di spiegare che la realtà raccontata normalmente non rispecchia esattamente lo stato delle cose e non perché dica il falso (non sempre almeno): basta non dire qualcosa o raccontare solo alcuni aspetti di determinate vicende ed ecco che la notizia, pur essendo tecnicamente vera, racconta una realtà che non esiste. È difficile cercare di spiegarsi in questo senso senza cadere nella dinamica: io so e quindi spiego a te che non sai. Tolti alcuni casi di ignoranza estrema e di cervelli atrofizzati, che solitamente però lascio perdere, non amo salire in cattedra. Proprio per nulla.

Alcune volte sembra quasi, sentendo parlare gli altri, che la società avrebbe bisogno solo di un po’ di buon senso, dello spirito del buon padre di famiglia, di lavoro senza troppe domande e rivendicazioni e sicuramente di non-violenza. Le ingiustizie, le cose che non funzionano, sono frutto della cattiveria umana, riportando così il discorso sul singolo, sull’individuo. La struttura di potere è irrilevante, irrilevante chi detiene i mezzi di produzione, irrilevante la discriminante fra chi sfrutta e chi è sfruttato.

Mi domando come mai, nemmeno 10 anni fa, molti di quelli che sostenevano l’EZLN e il SubComandante – che aveva fatto della guerra al neoliberismo la sua cifra – ora hanno riposto quell’armamentario critico e il sistema economico attuale (iper liberismo? Turbo capitalismo? Oligarchia?) non è mai messo in discussione. Concetto di “classe”? Vecchiume, cose da superare. Argomento che però non sta in piedi: oltre che superficiale, non tiene conto del fatto che, se ci muoviamo sulla dicotomia vecchio-cattivo e nuovo-buono, il capitalismo è un sistema molto più vecchio, che ha fatto molti più morti di tutti gli “-ismi” del secolo scorso.

La memoria però, purtroppo, di questi tempi non è un buon affare. Complica le cose e spesso viene classificata come mero “nozionismo”. A volte mi rassegno e mi viene da pensare: “ok, come volete: vedrete da soli dove ci porterà tutto questo”.

Lo stendi panni non l’ho spostato. Prenderà odore di fumo e amen.

Accendo il telefono che dopo pochi secondi si attacca alla rete wi-fi della casa: ho finito i giga e sto aspettando la fine del mese per averne di nuovi.

Mi scrive Leon su whatsup: è a Genova e mi manda una foto.

 

Penso a Abdesselem El Danaf, a Carlo e a tutti quelli che hanno dovuto dare tutto

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scritto n 3 – terremoto amatrice

12 Settembre 2016 Commenti chiusi

È notizia di oggi che il comune di Amatrice, uno dei comuni maggiormente colpiti dal recente sisma, ha depositato, presso il tribunale di Rieti, una denuncia per diffamazione aggravata nei confronti del giornale satirico francese Charlie-Hebdo.

È passato un anno e mezzo da quando un gruppo armato di Al-Qa’ida ha fatto irruzione nella sede del giornale uccidendo 12 persone e ferendone 11. Causa dell’attacco: una serie di vignette che raffiguravano Maometto in pose oscene e blasfeme. Tutto il mondo, o quasi, decise che quell’attentato era contro la libertà di espressione e che serviva una reazione del mondo libero per rivendicare il diritto ad esprimersi come meglio crede. Il tema fu molto spinoso. Da un lato c’era una tragedia, c’erano morti e sangue, c’erano innocenti ammazzati sul posto di lavoro. Dall’altro una serie di vignette che, a mio modestissimo parere, mi sembravano solamente offensive, blasfeme e, pur non essendomi assolutamente estranea la blasfemia, del tutto gratuite. In quei freddi giorni del gennaio 2015 l’hastag #jesuischarlie imperversava, lasciando poco spazio a chi osava commentare che forse, quelle caricature di Maometto, poco avevano a che fare con la libertà di espressione, orientandosi di più verso l’offesa gratuita. Non era facile trovare margine per un discorso più ampio che, pur mantenendo ferma la condanna di quanto accaduto, si occupasse in modo un po’ più analitico della libertà di espressione. Non era il momento. Se solo si osava ipotizzare che i vignettisti avessero esagerato con il cattivo gusto, si passava subito per giustificatori del massacro, con in testa i destroidi nostrani che coglievano l’occasione per battere sul tasto dello scontro tra civiltà. Salvini – nemmeno a dirlo – in testa a tutti. Poco, pochissimo margine di manovra per un ragionamento approfondito. Come sempre, quando si versa sangue innocente, l’unica opinione accettabile è la condanna di quanto accaduto, come se chiedersi perché un fatto sia accaduto, ci rendesse in qualche modo complici.

Il 24 agosto scorso il centro Italia ha tremato, buttando giù paesi e lasciando sotto le macerie centinaia di persone. Il terremoto, un evento naturale, ha messo in luce ancora una volta la fragilità di molti edifici costruiti senza il rispetto delle norme antisismiche. Un sistema di appalti al ribasso e di normative aggirate per avere maggiori margini di profitto, ha trasformato un disastro in tragedia.

Charlie Hebdo, pochi giorni dopo il sisma, pubblica una vignetta intitolata “sisma all’italiana”. Nel disegno c’è scritto “penne al pomodoro” (disegno di terremotato insanguinato), “penne gratinate” (disegno di terremotato sbucciato, graffiato e sanguinante) e “lasagne” (strati di macerie fra cui compaiono corpi e sangue).

Quella vignetta è arrivata in uno di quei momenti in cui il tasso di emotività del paese era molto alto: i giornali raccontavano degli ospedali presi d’assalto dai donatori di sangue, dei vigili del fuoco che lavoravano senza sosta, dei cani eroi e persino dei motociclisti di off road che, con le loro moto da cross, riuscivano ad arrivare nelle zone più colpite con i medicinali anche se le strade erano crollate. Uno di quei momenti in cui la generosità e la cooperazione fra le persone, reale e concreta, veniva presa e raccontata da media che spesso la declinavano in senso patriottardo, rinfocolando la retorica del “siamo tutti italiani” e del “ce la sappiamo sempre cavare in qualche modo”, strada maestra per l’appianamento dei conflitti e, soprattutto, per annacquare le responsabilità.

Inutile dire che il giornale satirico francese, con quella vignetta, scatenò un pandemonio. Io, personalmente, la trovai di pessimo gusto. Oltre che fuori luogo, estranea al concetto di satira.

Tempo fa ebbi il piacere di sentire Dario Fo ad un incontro pubblico. Si parlava di satira e lui disse che la discriminante fra la satira e lo “sfottò”, era la menzione di un fatto. La satira fa riferimento ad un fatto, ad un accadimento: il comportamento di un politico, di un uomo in vista, oppure la ricostruzione di una vicenda, di un intrigo, di uno scandalo. Il Bagaglino per esempio, secondo Fo, era il classico esempio di “sfottò”: Andreotti gobbo, Craxi grasso e pelato e così via. I riferimenti ai fatti erano quasi inesistenti, perché tutto si limitava alla presa in giro, allo schernire i difetti più evidenti, quelli che balzano all’occhio. Innocuo lo “sfottò”, perché sottolinea quello che è già evidente, non implica nessun ragionamento, non bisogna attivare nessun meccanismo cognitivo, se non quelli basilari.

I morti di Amatrice e degli altri comuni colpiti dal sisma ai miei occhi, nelle vignette del giornale francese, erano vittime di “sfottò”. Erano insanguinati, esausti, scioccati. E molti erano cadaveri. Tutto questo era già evidente accendendo la tv o guardando su internet. Il fatto che poi, pochi giorni dopo, uscisse una seconda vignetta, sempre pubblicata su Charlie Hebdo, il cui testo recitava “non è stato Charlie Hebdo a costruire le vostre case, ma è stata la mafia”, l’ho trovato indicativo. Era come se fosse necessario tornare ad un concetto di satira per riprendere per i capelli uno status, quello di vignettista satirico, che evidentemente non esisteva nelle prime vignette anche agli occhi dei disegnatori. Allora ci hanno buttato dentro la mafia che in Italia va sempre bene per spiegare tutto. Ci butto dentro la mafia così che capiscano che non le mando a dire. Una cosa vera, che esiste e che uccide, ma che citata così suona come un grande calderone nel quale mettere dentro ogni cosa. È come raccontare dell’uomo nero ad un bambino, senza spiegargli che le cose sono un po’ più complesse.

Non chiedo nessuna censura, perché sono sempre stato convinto che, una società sana, sia perfettamente in grado di stabilire cosa sia accettabile e cosa no. La censura ha sempre avuto, ai miei occhi, un aspetto paternalista, come se dovesse scegliere per gli altri, come se dovesse decidere le dimensioni del recinto del buon gusto e del sopportabile.Ho sempre pensato che fosse l’indice di una società non matura.

Detto questo oggi, evidentemente, non siamo più Charlie. Il pessimo gusto di quel giornale ha toccato anche il patrio suolo, quindi, improvvisamente, la “satira” ha dei limiti.

I morti, questa volta, non stanno dalla parte giusta per invocare la libertà di espressione. 

 

scritto n 2 – culture e colture

9 Settembre 2016 Commenti chiusi

Apro la posta elettronica, ma è un riflesso condizionato. Ieri sera, prima di andare a dormire, avevo visto dal cellulare che non c’erano messaggi nuovi. Ed era mezzanotte. Ora non sono nemmeno le 9 del mattino. Chi può avermi scritto nel frattempo? Nessuno. Appunto. Dovrei scrivere una mail alla società per cui lavoro, anzi: di cui sono “fornitore”. Cosa fornisco non mi è chiaro ancora. Se me lo sapessero dire con precisione avrei una competenza precisa da rivendermi. Vado lì a fare quello che altri non sanno fare: sistemo cose, faccio funzionare impianti audio e video, tratto con le persone. Non lo avrei mai detto, ma quest’ultimo compito mi viene bene. Ho imparato a non farmi coinvolgere e ad essere gentile ma fermo. Sì, a volte non basta e trovi qualcuno che sbrocca, però devo dire che sono casi abbastanza marginali.

Questa mattina il sole batte. Pulito e caldo. Uno spreco qui a Milano, ma se non altro rende la città un pochino più vivibile.

Ieri pomeriggio batteva forte sullo scalo ferroviario attaccato a piazzale Lodi, dove quest’anno hanno deciso di fare la festa dell’unità. Ero lì privo di motivazioni, se non la presentazione di un libro scritto da una persona che conosco e a cui voglio bene. Il libro l’ho letto. Non tutto. Ho utilizzato quella lettura di quando hai fretta e devi farti un’idea. Il libro parla di Milano, vista da un punto di vista storico politico dal secondo dopoguerra ad oggi. La persona che l’ha scritto è di sinistra, come me. Sappiamo però come, all’interno di questo perimetro, si consumino divergenze sostanziali, con dinamiche così feroci da fare spesso dubitare di stare dalla stessa parte. Ho letto cose che ho condiviso, altre molto meno. Ho apprezzato in ogni caso lo sforzo di mettere a registro un periodo così fitto di eventi e di punti di vista: sono pagine che comunque arricchiscono.

Sono andato. Mi sono cotto al sole alla ricerca di un caffè, un po’ di ombra e dell’acqua fresca. Mi sentivo estraneo, come alla festa di un partito che non solo non ho mai votato, ma che nemmeno lontanamente rispecchia i valori in cui credo. Mi ha ricordato quando la sera d’estate andavo a curiosare alla festa di alleanza nazionale che facevano vicino a casa mia: guardavo da fuori una storia politica che non solo non era la mia, ma che consideravo nemica. Non avversaria, proprio nemica. Stessa cosa ieri pomeriggio.

Inizia la presentazione: l’autore parla poco rispetto agli altri ospiti, tutti più o meno o politici, ex politici o professori. Un “giovane” esponente del partito prende la parola per parlare del libro, per dire che – visto che si parla di riformismo – tocca votare “sì” al referendum sulla Costituzione. Non contento passa per una ricostruzione bizzarra degli anni ’90 a Milano. La sua tesi: il riformismo c’era e si stava attuando, peccato che però la “deriva giustizialista” abbia impedito il compiersi di questo progetto. Lì per lì non mi era chiaro. Pensavo facesse riferimento a fatti che riguardavano gli addetti ai lavori. Ripensandoci non mi veniva in mente nessun giustizialismo negli anni ’90. Solo riaccendendo la moto per tornare a casa ho avuto l’impressione che la “deriva giustizialista” altro non era, nella sua testa, che tangentopoli. Quindi quell’inchiesta ha avuto come scopo quello di bloccare le riforme.

Non che mi aspettassi qualcosa di diverso da un esponente del partito di governo; sicuramente non pensavo che la deriva ideologica volta alla giustificazione dell’esistente, potesse essere così sfacciata. Proprio a partire dagli anni ’90 la sinistra di palazzo, quella istituzionale, che sta in parlamento, ha iniziato ad essere complice di un progetto di smantellamento dello stato sociale, ideologicamente mascherato da lotta allo statalismo, agli sprechi e per una maggiore efficienza. Una delle giustificazioni era l’ineluttabilità di questo processo, sostanzialmente produttore di precarietà, e quindi era meglio avere voce in capitolo piuttosto che dedicarsi ad una opposizione dall’esterno. Umanizziamo la precarietà, rendiamo piacevole lo sfruttamento. Poco dopo infatti un governo di sedicente sinistra ha provveduto ad umanizzare anche guerra e bombardamenti.

Sono tornato a casa pensando ad una scena di “Santa Maradona”, film con Libero De Rienzo ed uno scontato ed impresentabile Accorsi. Proprio Accorsi recita – di merda, ma è Accorsi – un monologo scritto non male. Lo avessero dato ad un altro attore, mi sarei sicuramente vergognato meno a citarlo. In ogni caso Accorsi sta mangiando un hamburger e dice che la classica fetta di cetriolo dentro al panino sa benissimo che c’è, però ogni volta si stupisce di trovarla. Anche io dovrei smetterla di stupirmi di trovare certe cose quando sai benissimo che ci sono. Smettere proprio di mangiare hamburger sarebbe una buona soluzione.

Volendo, questa riflessione porterebbe altrove, oltre il partito attualmente al governo e i suoi problemi con le ricostruzioni storico politiche, tanto grandi da doverle costruire auto-assolutorie. Porterebbe al Potere, quello maiuscolo, quello del Pasolini di “Petrolio” e delle “120 giornate di Sodoma”, quello che innerva forze politiche di turno, dando ad ognuna la sua funzione e badando bene all’alternanza, al non ripetersi. Quel Potere combattuto quotidianamente da pratiche reali, concrete, di opposizione e di creazione. Proprio quelle che solitamente vengono definite pratiche teppiste (se invece hanno un livello di organizzazione e sistematicità un po’ più elevato, diventano “terroristiche”), sempre prive di rappresentanza.

Il problema è che è settembre. Il mese in cui “ti siedi e ricominci il gioco”. Pensi alle cose che dovresti fare e fai un conto approssimativo di quante belle giornate avrai ancora a disposizione.

In testa mi rimbombano parole e concetti. Penso alla leggerezza con cui vengono spacciate certe ricostruzioni, in nome dell’efficienza e della funzionalità. Il concetto di “azienda” ha sconfinato, invadendo il discorso pubblico. Unito ad una povertà culturale indotta – anche se non pochi, gioiosamente, resistono – il terreno è assolutamente fertile.

Una parte del terreno.                                                                                                                                                                                                                                                      Un’altra resta refrattaria a quel tipo di colture.

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scritto n 1

5 Settembre 2016 Commenti chiusi

Alex veniva dal Caucaso e si era fatto buona parte dell’Asia, per arrivare poi in Italia. Lo abbiamo incontrato ad un autogrill sulla superstrada che va da Grosseto fino a Cecina, poco prima di Follonica. Il bagagliaio della nostra macchina era sapientemente stipato con incastri di bagagli, borsa frigo, chitarra, tanto da non lasciare più alcuno spazio. Sul sedile dietro stava il mio zaino, vicino alla tavola da surf versione body board.

Il clima era quello che era. La parola “ritorno” aleggiava ormai da qualche ora sulle nostre teste, ma eravamo stati bravi a non farci travolgere. Anzitutto la sera prima, per non essere schiacciati dal filone “ultima serata, ultimo tramonto, ultimo raglio dell’asino Gennaro”, abbiamo chiesto ai nostri amici se avevano voglia di passare una serata insieme. Hanno accettato subito e poco dopo le 20 eravamo puliti e docciati in macchina verso Magliano. La serata è stata alcolica, il cibo buono, le chiacchiere con i nostri amici piacevoli e affettuose. Come ogni serata alcolica ho dei vuoti, piccoli e non incolmabili, ma comunque dei vuoti.

Alcuni li ho colmati il giorno dopo, appena saliti in macchina per tornare verso Milano. Ho chiesto alla mia amata se si ricordava alcuni discorsi della sera prima: lei ha riempito le caselle che mi mancavano e io qualcuna delle sue.

Guidavo e guardavo la toscana oltre il parabrezza. Non riuscivo a togliermi di dosso quella sensazione di perdita, di cambio di vita. Dall’infradito alla scarpa chiusa, dal pantalone corto a quello lungo, dalla maglietta come massimo del vestiario alla camicia. Mi chiedevo anche come mai il viaggio di partenza è sempre leggero e fugace, passa veloce ovunque si stia andando. Quello di ritorno, per quanto non abbia avuto nessun intoppo, è come se lo avessi vissuto chilometro per chilometro, chiedendomi dove stessi andando e perché. L’asfalto di quella superstrada è pessimo. Lo è sempre stato, più o meno da quando l’hanno inaugurata ed ero un bimbo. Tocca tenere le mani salde sul volante e se possibile occupare la corsia di sorpasso, meno martoriata dal passaggio dei Tir.

Avevo voglia di fumare e iniziavo anche a sentire qualcosa di simile alla fame. Il mio stomaco stava bene, ma aveva comunque appena vinto una battaglia contro l’alcol e quel senso di vuoto iniziava ad avere bisogno di essere riempito.

“Mi fermo al prossimo – dissi – prima che inizi l’autostrada”.

Mentre stavamo attraversando il piazzale della stazione di servizio, ci si fa incontro un ragazzo, giovane, con solo uno zainetto in spalla. Ci chiede un passaggio. Gli chiedo dove sta andando, mi dice verso la Francia. Il ragazzo è tedesco, ha girato l’Asia, ora è finito qui. Va verso la Francia, ma la sua tappa finale, prima del ritorno, è il Portogallo, dove ha degli amici che lo possono ospitare.

Decidiamo che si può fare, che gli offriamo volentieri un pezzo di viaggio, visto che si sovrappone al nostro per un tratto. Bevendo un caffè gli mostro, su una cartina appesa al muro del bar, la strada che faremo. Concordiamo sul fatto che possiamo lasciarlo a La Spezia, prima di andare verso l’appennino e la Cisa. Lì non dovrebbe essere difficile trovare chi prosegue sulla A12 in direzione Genova e poi Francia.

Rimontiamo in macchina con il nostro nuovo passeggero. Mi colpiva la sua tranquillità, il suo essere al di là dell’imprevisto. Non sembrava avere la necessità di gestire una tabella di marcia. Il suo obiettivo sarebbe arrivato quando sarebbe arrivato. Nel frattempo c’era la strada da percorrere senza fretta. Staccava gli occhi dal finestrino solo per parlare con noi, per rispondere alle nostre domande e per chiederci qualcosa dell’Italia. Credo che anche lui abbia fatto un favore a noi, perché era importante capire che la strada che stavamo percorrendo era una delle molte possibili e che si poteva sovrapporre a quella di qualcun altro che stava andando da tutt’altra parte e con tutt’altro spirito.

Ci siamo salutati all’ultimo autogrill prima della deviazione per la Cisa. Luisa gli ha regalato quello che restava del suo pacchetto di sigarette, io gli ho stretto la mano augurandogli buona strada.

Poi è stato salire verso il valico, scalare qualche marcia nelle curve più difficili, ridiscendere, affrontare la pianura.

Pianura che oggi mi ha un po’ stordito. Non mi ci ritrovavo e sì che di fatto sarebbe casa. In moto sono andato a ritirare delle analisi: la dottoressa giovane e carina che me le interpretava mi diceva che tutto andava bene. “Lei fa sport, mangia bene. Insomma, direi tutto a posto. Ecco, se poi smettesse di fumare sarebbe proprio il massimo. Glielo dico perché è ancora giovane”

“Insomma…ma comunque ho ridotto molto, sa?”

“lo so, ma anche poche fanno male. Le manca solo quello: smettere e poi è a posto”

“ha ragione…ma sa…sono tornato ieri”

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