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scritto n 1

5 Settembre 2016

Alex veniva dal Caucaso e si era fatto buona parte dell’Asia, per arrivare poi in Italia. Lo abbiamo incontrato ad un autogrill sulla superstrada che va da Grosseto fino a Cecina, poco prima di Follonica. Il bagagliaio della nostra macchina era sapientemente stipato con incastri di bagagli, borsa frigo, chitarra, tanto da non lasciare più alcuno spazio. Sul sedile dietro stava il mio zaino, vicino alla tavola da surf versione body board.

Il clima era quello che era. La parola “ritorno” aleggiava ormai da qualche ora sulle nostre teste, ma eravamo stati bravi a non farci travolgere. Anzitutto la sera prima, per non essere schiacciati dal filone “ultima serata, ultimo tramonto, ultimo raglio dell’asino Gennaro”, abbiamo chiesto ai nostri amici se avevano voglia di passare una serata insieme. Hanno accettato subito e poco dopo le 20 eravamo puliti e docciati in macchina verso Magliano. La serata è stata alcolica, il cibo buono, le chiacchiere con i nostri amici piacevoli e affettuose. Come ogni serata alcolica ho dei vuoti, piccoli e non incolmabili, ma comunque dei vuoti.

Alcuni li ho colmati il giorno dopo, appena saliti in macchina per tornare verso Milano. Ho chiesto alla mia amata se si ricordava alcuni discorsi della sera prima: lei ha riempito le caselle che mi mancavano e io qualcuna delle sue.

Guidavo e guardavo la toscana oltre il parabrezza. Non riuscivo a togliermi di dosso quella sensazione di perdita, di cambio di vita. Dall’infradito alla scarpa chiusa, dal pantalone corto a quello lungo, dalla maglietta come massimo del vestiario alla camicia. Mi chiedevo anche come mai il viaggio di partenza è sempre leggero e fugace, passa veloce ovunque si stia andando. Quello di ritorno, per quanto non abbia avuto nessun intoppo, è come se lo avessi vissuto chilometro per chilometro, chiedendomi dove stessi andando e perché. L’asfalto di quella superstrada è pessimo. Lo è sempre stato, più o meno da quando l’hanno inaugurata ed ero un bimbo. Tocca tenere le mani salde sul volante e se possibile occupare la corsia di sorpasso, meno martoriata dal passaggio dei Tir.

Avevo voglia di fumare e iniziavo anche a sentire qualcosa di simile alla fame. Il mio stomaco stava bene, ma aveva comunque appena vinto una battaglia contro l’alcol e quel senso di vuoto iniziava ad avere bisogno di essere riempito.

“Mi fermo al prossimo – dissi – prima che inizi l’autostrada”.

Mentre stavamo attraversando il piazzale della stazione di servizio, ci si fa incontro un ragazzo, giovane, con solo uno zainetto in spalla. Ci chiede un passaggio. Gli chiedo dove sta andando, mi dice verso la Francia. Il ragazzo è tedesco, ha girato l’Asia, ora è finito qui. Va verso la Francia, ma la sua tappa finale, prima del ritorno, è il Portogallo, dove ha degli amici che lo possono ospitare.

Decidiamo che si può fare, che gli offriamo volentieri un pezzo di viaggio, visto che si sovrappone al nostro per un tratto. Bevendo un caffè gli mostro, su una cartina appesa al muro del bar, la strada che faremo. Concordiamo sul fatto che possiamo lasciarlo a La Spezia, prima di andare verso l’appennino e la Cisa. Lì non dovrebbe essere difficile trovare chi prosegue sulla A12 in direzione Genova e poi Francia.

Rimontiamo in macchina con il nostro nuovo passeggero. Mi colpiva la sua tranquillità, il suo essere al di là dell’imprevisto. Non sembrava avere la necessità di gestire una tabella di marcia. Il suo obiettivo sarebbe arrivato quando sarebbe arrivato. Nel frattempo c’era la strada da percorrere senza fretta. Staccava gli occhi dal finestrino solo per parlare con noi, per rispondere alle nostre domande e per chiederci qualcosa dell’Italia. Credo che anche lui abbia fatto un favore a noi, perché era importante capire che la strada che stavamo percorrendo era una delle molte possibili e che si poteva sovrapporre a quella di qualcun altro che stava andando da tutt’altra parte e con tutt’altro spirito.

Ci siamo salutati all’ultimo autogrill prima della deviazione per la Cisa. Luisa gli ha regalato quello che restava del suo pacchetto di sigarette, io gli ho stretto la mano augurandogli buona strada.

Poi è stato salire verso il valico, scalare qualche marcia nelle curve più difficili, ridiscendere, affrontare la pianura.

Pianura che oggi mi ha un po’ stordito. Non mi ci ritrovavo e sì che di fatto sarebbe casa. In moto sono andato a ritirare delle analisi: la dottoressa giovane e carina che me le interpretava mi diceva che tutto andava bene. “Lei fa sport, mangia bene. Insomma, direi tutto a posto. Ecco, se poi smettesse di fumare sarebbe proprio il massimo. Glielo dico perché è ancora giovane”

“Insomma…ma comunque ho ridotto molto, sa?”

“lo so, ma anche poche fanno male. Le manca solo quello: smettere e poi è a posto”

“ha ragione…ma sa…sono tornato ieri”

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