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scritto n 3 – terremoto amatrice

12 Settembre 2016

È notizia di oggi che il comune di Amatrice, uno dei comuni maggiormente colpiti dal recente sisma, ha depositato, presso il tribunale di Rieti, una denuncia per diffamazione aggravata nei confronti del giornale satirico francese Charlie-Hebdo.

È passato un anno e mezzo da quando un gruppo armato di Al-Qa’ida ha fatto irruzione nella sede del giornale uccidendo 12 persone e ferendone 11. Causa dell’attacco: una serie di vignette che raffiguravano Maometto in pose oscene e blasfeme. Tutto il mondo, o quasi, decise che quell’attentato era contro la libertà di espressione e che serviva una reazione del mondo libero per rivendicare il diritto ad esprimersi come meglio crede. Il tema fu molto spinoso. Da un lato c’era una tragedia, c’erano morti e sangue, c’erano innocenti ammazzati sul posto di lavoro. Dall’altro una serie di vignette che, a mio modestissimo parere, mi sembravano solamente offensive, blasfeme e, pur non essendomi assolutamente estranea la blasfemia, del tutto gratuite. In quei freddi giorni del gennaio 2015 l’hastag #jesuischarlie imperversava, lasciando poco spazio a chi osava commentare che forse, quelle caricature di Maometto, poco avevano a che fare con la libertà di espressione, orientandosi di più verso l’offesa gratuita. Non era facile trovare margine per un discorso più ampio che, pur mantenendo ferma la condanna di quanto accaduto, si occupasse in modo un po’ più analitico della libertà di espressione. Non era il momento. Se solo si osava ipotizzare che i vignettisti avessero esagerato con il cattivo gusto, si passava subito per giustificatori del massacro, con in testa i destroidi nostrani che coglievano l’occasione per battere sul tasto dello scontro tra civiltà. Salvini – nemmeno a dirlo – in testa a tutti. Poco, pochissimo margine di manovra per un ragionamento approfondito. Come sempre, quando si versa sangue innocente, l’unica opinione accettabile è la condanna di quanto accaduto, come se chiedersi perché un fatto sia accaduto, ci rendesse in qualche modo complici.

Il 24 agosto scorso il centro Italia ha tremato, buttando giù paesi e lasciando sotto le macerie centinaia di persone. Il terremoto, un evento naturale, ha messo in luce ancora una volta la fragilità di molti edifici costruiti senza il rispetto delle norme antisismiche. Un sistema di appalti al ribasso e di normative aggirate per avere maggiori margini di profitto, ha trasformato un disastro in tragedia.

Charlie Hebdo, pochi giorni dopo il sisma, pubblica una vignetta intitolata “sisma all’italiana”. Nel disegno c’è scritto “penne al pomodoro” (disegno di terremotato insanguinato), “penne gratinate” (disegno di terremotato sbucciato, graffiato e sanguinante) e “lasagne” (strati di macerie fra cui compaiono corpi e sangue).

Quella vignetta è arrivata in uno di quei momenti in cui il tasso di emotività del paese era molto alto: i giornali raccontavano degli ospedali presi d’assalto dai donatori di sangue, dei vigili del fuoco che lavoravano senza sosta, dei cani eroi e persino dei motociclisti di off road che, con le loro moto da cross, riuscivano ad arrivare nelle zone più colpite con i medicinali anche se le strade erano crollate. Uno di quei momenti in cui la generosità e la cooperazione fra le persone, reale e concreta, veniva presa e raccontata da media che spesso la declinavano in senso patriottardo, rinfocolando la retorica del “siamo tutti italiani” e del “ce la sappiamo sempre cavare in qualche modo”, strada maestra per l’appianamento dei conflitti e, soprattutto, per annacquare le responsabilità.

Inutile dire che il giornale satirico francese, con quella vignetta, scatenò un pandemonio. Io, personalmente, la trovai di pessimo gusto. Oltre che fuori luogo, estranea al concetto di satira.

Tempo fa ebbi il piacere di sentire Dario Fo ad un incontro pubblico. Si parlava di satira e lui disse che la discriminante fra la satira e lo “sfottò”, era la menzione di un fatto. La satira fa riferimento ad un fatto, ad un accadimento: il comportamento di un politico, di un uomo in vista, oppure la ricostruzione di una vicenda, di un intrigo, di uno scandalo. Il Bagaglino per esempio, secondo Fo, era il classico esempio di “sfottò”: Andreotti gobbo, Craxi grasso e pelato e così via. I riferimenti ai fatti erano quasi inesistenti, perché tutto si limitava alla presa in giro, allo schernire i difetti più evidenti, quelli che balzano all’occhio. Innocuo lo “sfottò”, perché sottolinea quello che è già evidente, non implica nessun ragionamento, non bisogna attivare nessun meccanismo cognitivo, se non quelli basilari.

I morti di Amatrice e degli altri comuni colpiti dal sisma ai miei occhi, nelle vignette del giornale francese, erano vittime di “sfottò”. Erano insanguinati, esausti, scioccati. E molti erano cadaveri. Tutto questo era già evidente accendendo la tv o guardando su internet. Il fatto che poi, pochi giorni dopo, uscisse una seconda vignetta, sempre pubblicata su Charlie Hebdo, il cui testo recitava “non è stato Charlie Hebdo a costruire le vostre case, ma è stata la mafia”, l’ho trovato indicativo. Era come se fosse necessario tornare ad un concetto di satira per riprendere per i capelli uno status, quello di vignettista satirico, che evidentemente non esisteva nelle prime vignette anche agli occhi dei disegnatori. Allora ci hanno buttato dentro la mafia che in Italia va sempre bene per spiegare tutto. Ci butto dentro la mafia così che capiscano che non le mando a dire. Una cosa vera, che esiste e che uccide, ma che citata così suona come un grande calderone nel quale mettere dentro ogni cosa. È come raccontare dell’uomo nero ad un bambino, senza spiegargli che le cose sono un po’ più complesse.

Non chiedo nessuna censura, perché sono sempre stato convinto che, una società sana, sia perfettamente in grado di stabilire cosa sia accettabile e cosa no. La censura ha sempre avuto, ai miei occhi, un aspetto paternalista, come se dovesse scegliere per gli altri, come se dovesse decidere le dimensioni del recinto del buon gusto e del sopportabile.Ho sempre pensato che fosse l’indice di una società non matura.

Detto questo oggi, evidentemente, non siamo più Charlie. Il pessimo gusto di quel giornale ha toccato anche il patrio suolo, quindi, improvvisamente, la “satira” ha dei limiti.

I morti, questa volta, non stanno dalla parte giusta per invocare la libertà di espressione. 

 

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