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Solo sì

8 Febbraio 2017

Il ritmo con cui il cursore lampeggia per un attimo mi è parso il ritmo di “Blackbird” dei Beatles. Ho guardato meglio: in realtà è troppo lento per quella canzone. Forse ci sta “Easy” dei Faith No More.

In questo periodo il tempo di una canzone è particolarmente importante. Di lavoro ce n’è poco: da un lato in questo periodo dell’anno è abbastanza normale, dall’altro qualcosa dentro di me si preoccupa. Ficco la testa nei libri o mi schermo con la chitarra. Uno dei due gruppi in cui suono si è trovato senza chitarra solista. Io suonavo la ritmica, che ora spetta al cantante.

La solista dovresti farla tu”

Ho cercato di spiegare che non è mai stato il mio fare la chitarra solista, che fin da ragazzino ho sempre avuto una certa facilità con la mano destra, quella dell’accompagnamento, ma che i soli li ho sempre trovati al di là delle mie capacità.

Non ti preoccupare, abbiamo tempo”

Era vero, i soli non mi erano mai venuti, né mi ero mai impegnato a cercare di capire quell’aspetto del suonare la chitarra. Era anche vero però che, nella intimità inviolabile della mia camera, mettevo su i dischi e fingevo di suonare gli assoli.

Vabbene – ho risposto – vedo quello che posso fare”

è un sì?”

Diciamo”

Ho iniziato a prendere confidenza con la scrittura delle tab, leggerle e scriverle. Ho passato ore ed ore a rifare un passaggio, un riff. Ho capito che non si tratta solo di suonare le note giuste e nel corretto ordine, ma di dare un senso a tutto quanto. Mi sono confrontato con la vexata quaestio del risultato finale che deve essere più della mera somma degli elementi che lo compongono.

A volte mi sono pentito di quel “sì”, altre volte ho pensato che fosse l’unica risposta possibile.

Il sì e il no hanno tenuto banco fino alla fine del 2016. C’era un referendum, c’era una campagna mediatica, c’erano una serie di significati legati ad ognuna delle due risposte. C’era anche molta retorica, intesa sia come disciplina del parlare e dello scrivere, sia come “atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni”.

Io ero per il “no”. Il fronte opposto, quello del “sì”, ha optato, come strategia di massima, alla identificazione del “sì” con un atteggiamento aperto e propositivo nei confronti della politica, delle scelte, della vita in genere. Chi era per il “sì” guardava al futuro, era capace di immaginare un mondo diverso, non aveva paura del cambiamento. Viceversa chi era per il “no” era un conservatore, uno che non voleva cambiare nulla.

Vecchio – nuovo. Cambiamento – conservazione.

Era quasi tutto schiacciato su questa dicotomia, chi non si omologava ad un futuro raggiante, fatto di “sì”, veniva mal tollerato, perché era una zavorra, rappresentava uno dei motivi per i quali il paese non va avanti, non funziona.

Mi sembrava tutto così banale e al tempo stesso feroce, perché, a ben guardare – ma senza nemmeno troppo sforzo – era l’imposizione di una prospettiva. Non c’erano molte argomentazioni e purtroppo non c’era di che stupirsi: in un mondo nominalmente de-ideologizzato, una volta affermatasi questa non-ideologia, lo spazio di manovra è molto ampio. Talmente ampio da digerire, quantomeno mediaticamente, l’imposizione di un punto di vista. Si trattava di questo secondo me ed è stata l’antitesi della partecipazione. La prospettiva la dà il capo, il gruppo dirigente. Loro sanno quale è la direzione. La generalizzazione dei significati sottostanti al “sì” e al “no”, sono dati, non negoziabili. Sono imposti anche i rispettivi mondi di riferimento. Il tutto senza porsi la questione chiave: sì o no? Dipende dalla domanda.

Ho ripercorso con la memoria la mia storia politica e mi son accorto di come questo ragionamento potesse venire facilmente rovesciato. Bastava cambiare i termini della questione. Così come se in una domanda c’è una doppia negazione il sì e il no invertono il loro significato, se cambi la prospettiva succede lo stesso.

La politica del “no” per me – e penso per molti altri come me – è stata la politica dei governi e più in generale del potere. Ho pensato che mi sono sentito dire davvero tanti no. No ad una politica di redistribuzione del reddito che inverta la tendenza che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, no ai tagli alle spese militari, no ad una politica estera senza bombe e morti, no al riconoscimento dello stato di Palestina, no alla legalizzazione delle droghe, no ad una legge antitrust efficace, no alla cancellazione della famigerata “legge obbiettivo”, no ad una allocazione delle risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio e per un piano dei trasporti che, anziché iniziare grandi opere a beneficio di ditte private, rimetta in sesto il servizio pubblico per chi prende il treno tutti i giorni, no ad una scuola pubblica senza tagli a favore delle scuole private, no alla verità sulle stragi.

Dove sta la politica del sì e del no?

Da nessuna parte, perché, a monte, non esiste. Imporla è un esercizio di potere; è una semplificazione che nasconde un intento autoritario, perché cala dall’alto le tematiche, decide quali sono i problemi e come vanno risolti. Fatto questo lavoro, si impacchetta il tutto e lo si dà in pasto alla opinione pubblica: la divisione fra i buoni e cattivi è già stata fatta, non spetta a noi. Il recinto entro cui muoversi è dato.

È un potere che mal tollera la partecipazione e quanto ne scaturisce e quando proprio ci si deve sporcare le mani, non ha altro sistema che eliminare i contenuti e distribuire verità aprioristiche.

Quando parlo di verità politica, non intendo in effetti tanto un giudizio quanto un processo: una verità politica non è ‘io dico che ho ragione e l’altro ha torto’ o ‘ho ragione di approvare questo dirigente e di disapprovare questo oppositore’. Una verità è qualcosa che esiste nel suo processo attivo e che, in quanto verità, si manifesta nelle diverse circostanze attraversate da questo processo. […] Possiamo facilmente constatare che buona parte dell’oppressione politica si realizza proprio negando pervicacemente questa capacità. E i nostri liberali insistono in questa negazione: ostinandosi a sostenere che vi siano soltanto opinioni, la conseguenza inevitabile sarà che l’opinione dominante, quella cioè che ha i mezzi materiali, finanziari, militari e mediatici migliori per dominare, finirà con l’imporsi come consensuale, o come quadro generale entro cui le opinioni potranno esistere” (Alain Badiou – “Il risveglio della storia”)

I “no” hanno ottenuto una vittoria schiacciante. Il meccanismo non ha funzionato. Per mille ragioni e non tutte positive. Sicuramente fra chi ha votato “no” c’era una componente realmente conservatrice o più semplicemente avversa – per motivi più personali che politici – al premier e ai suoi accoliti. Per questi motivi non la identifico esclusivamente come la vittoria di un popolo consapevole e immune a certi raggiri. Non penso, come dice Badiou, che si sia trattato di un caso di “processo attivo” che porta alla verità. Credo però che probabilmente la vittoria del “no” abbia dimostrato, almeno in parte, che quel meccanismo produttore di un mondo fatto solo di opinioni facilmente gestibili e malleabili, non sia così efficiente, lasciando intravedere uno spazio di manovra da non sottovalutare.

Esterno notte, marciapiede bagnato, sigaretta in bocca, freddo, custodia della chitarra appoggiata per terra.

…quindi?”

…bho…sì dai. Sì, va bene”

grande!”

Esce dalla sala prove anche il bassista.

Il cantante gli dice: “oh, ha detto sì eh!

ah bene – appoggia la custodia del basso per terra – …ma a cosa?”

 

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