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Archivio Luglio 2017

vernice

24 Luglio 2017 Commenti chiusi

 

Ho sempre preferito il mare al lago. In realtà ho sempre preferito il mare ad ogni cosa. Chiedendomi che cosa cambiasse nell’immergere il mio corpo in un liquido piuttosto che in un altro, alla lunga mi sono risposto che non lo so, semplicemente lo preferisco.

“a forza di passare da questi posti mi ci sono…”

“affezionato?”

“no, affezionato no. O forse sì. Sta di fatto che a forza di passare da questi luoghi, uno se li ricorda e poi li associa ad alcune cose che ti sono capitate in un determinato periodo…quindi…posso dire che in alcuni momenti ci torno volentieri, và”

“addirittura?”

“già”

A casa di mia nonna c’era un librone fotografico sul lago d’Orta. Quando andavo da lei – e ci andavo spesso – mi piaceva sfogliarlo. Specie in primavera. Guardavo le foto attentamente, in particolare le strade, i vicoli. Sapevo che, con la bella stagione, ci sarei andato in macchina con mio papà. O lì o altrove, l’importante era stare insieme, padre e figlio. Io poi adoravo andare in macchina con lui. Portavo un po’ di audio cassette e andavamo.

Quel salire e girare in macchina senza una meta precisa mi è rimasto dentro.

Sarà stato metà febbraio. Ho preso la macchina in un giorno di settimana e ho fatto un giro che già conoscevo: lago d’Orta, Mottarone, discesa verso il lago Maggiore, ritorno. Faceva freddo, neve ancora sui muretti accanto alla strada. Feci una sosta a Orta. Il parcheggio, solitamente strapieno nei mesi caldi, era deserto. Credo di essere stato l’unico quel giorno a pagare il parcheggio con regolare tagliandino preso alla macchinetta. Presi un caffè nel bar della piazza centrale. Deserto anche quello. La cassiera, unica addetta quel giorno, aveva forse voglia di fare due chiacchiere, ma non siamo andati oltre la giornata fredda e l’inverno che stava per finire. Sono risalito in macchina, sono passato all’altro lago salendo fino in cima al Mottarone e, sul lungolago verso Arona, ho ascoltato “the valley runs low” di Bonamassa. Ho pensato intensamente a chi stava arrivando, a come mi avrebbe cambiato la vita, che musica le sarebbe piaciuta e se avrebbe apprezzato i giri in macchina senza una meta precisa. In quel caso un cerchio si sarebbe chiuso e avrebbe ricominciato a girare sul suo solco, riverniciandolo di nuovo.

Sono tornato oggi dal lago d’Orta. Tre giorni lì. Io ero libero, la mia amata anche. Una casetta affacciata sul lago ci ha ospitato per tre giorni. Vicino a noi abitava un uomo, di età indefinibile. Era gentile, mi pare vivesse solo. Grande ascoltatore di musica, aveva sempre la radio accesa. Doveva trattarsi di una stazione dedicata agli anni ’90, a giudicare dalle canzoni. La prima mattina mi ha chiesto se gli avevamo dato fastidio. Gli ho detto di no, tralasciando il fatto che da mesi non dormivo così bene, ma spiegargli perché ultimamente dorma così male mi avrebbe bruciato buona parte della mia vacanza. La sua discesa al lago era un accampamento più che un giardino, però c’era qualcosa di essenziale organizzato in modo tale da soddisfare i suoi bisogni: mangiare, sentire musica, guardare la tv, farsi un bagno ogni tanto.

Ieri sera avevo una sensazione strana. Era come se avessi dei pensieri tristi che però non sapevano bene dove attecchire. Non c’erano appigli per i pensieri tristi eppure era come se chiedessero un po’ di attenzione. Era da poco passata l’ora del tramonto. Mi sono affacciato alla nostra finestra e il vicino stava mangiando anguria, guardando il lago e ascoltando “spirit in the sky” alla radio.

Ieri ho fatto il mio primo bagno nel lago. Prima che il sole venisse nascosto da nuvole di pioggia, io e lei ci siamo buttati. È stato bello: abbiamo riso, nuotato e poi asciugati al sole.

No, i pensieri tristi stavolta non avevano veramente appigli. C’è da riverniciare un cerchio che si chiude. Ci vuole mano ferma e testa serena.

 

 

 

 

 

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ancora

16 Luglio 2017 Commenti chiusi

È come se provassi un senso di fastidio, di incompiutezza. Apro il mio blog e leggo quell’incipit di vari mesi fa. Si parlava di freddo, di scelte politiche, di ambizioni travolte dal quotidiano. Poi il gioco è diventato cercare di fare rimanere le ambizioni nel quotidiano, ma quel lavoro è stato abbandonato, un po’ come abbandono il dover tenere in ordine i miei libri, mettere in ordine i vari numeri del “manifesto”, cercare collegamenti fra i vari articoli. Lascio che sia il caso a farli ritornare alla mia mente, così come lascio che sia il caso a darmi serenità o angoscia. Lascio fare, non guido, a volte solo per paura di venire tragicamente sconfitto (per “sconfitto” qui intendo: rendersi conto di non avere alcuna influenza sulla propria emotività).

Dal freddo di fine anno, da giubbotti, guanti, cappelli, dritto fino a questo luglio confuso, che vorrei fare correre via, ma che, nonostante i miei intenti, scorre normale, con le sue giornate e il suo sole limpido. Luglio che rimanda ricordi di teli mare, zampironi, fine della scuola e lunghe vacanze. Ricordi che non fanno benissimo: a volte la stanchezza gioca brutti scherzi. Non fa facile tenere il piano di realtà quando sei a pezzi, quando hai finito una giornata in cui hai la sensazione di avere dato tutto e ricominciare il giorno dopo ti pare una condanna.

Qualche settimana fa il mio amico Pez mi manda uno screenshot di un messaggio su facebook. Io non sono iscritto e quel che accade su quella piattaforma mi arriva sempre per vie traverse (e più vengo messo a parte, più sono convinto che non esserci sia la scelta giusta). Lo screenshot è il post di una nostra comune conoscenza, nostro compagno di liceo. Se la prende con chi manifesta a favore dei migranti, con i “buonisti” che alimentano “l’invasione”. Pez commenta il messaggio con “un’altra amicizia finita”.

Sorrido amaramente: non che mi aspettassi molto altro da questa persona, però quando certe idee colpiscono uno che conosci (anche se non lo vedi da anni) è come se percepissi la pervasività di queste sovrastrutture.

Quasi contestualmente a quel messaggio di Pez ho ricevuto una telefonata da Patrizio. Era una telefonata interlocutoria, da amico, da uno che vuole sapere come stai. Quando parliamo al telefono finiamo sempre a ricoprire lo stesso gioco delle parti.

Lui è sempre tra l’incazzato e l’amareggiato per il livello di razzismo e stupidità che ammanta la nostra società. Io gli rispondo che ha ragione, che fa senso e orrore, ma che parte della questione è non dimenticare tutte le esperienze di lotta e di resistenza che ci circondano. Viviamo nell’epoca dei mass media e se una cosa non passa dalla tv non esiste. Invece c’è. Esiste e resiste.

Una fatica pensare che non si è soli, richiede concentrazione costante. Quando la mattina esco “nel mondo feroce” e mi pare di vedere solo singoli individui che cercano di sopravvivere, provo un sentimento intimo ed antico come la malinconia.

Dopo il messaggio del mio amico Pez, una parte di me avrebbe istintivamente voluto chiamare la vecchia conoscenza, chiedergli quale tipo di società stanno difendendo dalla “invasione”, quali valori, quale cultura, quale modo di vivere stanno rischiando di perdere. Io provo a guardare e non vedo nulla di difendibile. Individui autoctoni e non schiacciati dalla stessa logica. In misure diverse, ovviamente, ma il fatto di essere vittima in misura minore di una logica di sfruttamento, attraverso quale pensiero contorto mi porta a concludere che è conveniente tenersi lo sfruttamento, non contestarlo, ma accanirsi su chi ne è vittima in misura maggiore?

Pensiero fascista, perché si accanisce sul debole, classifica il diverso secondo canoni imposti dall’alto, immutabili e senza via di scampo.

Solitamente quando arrivo in ufficio la mattina, accendo il pc, apro la finestra, mi faccio un caffè e mi fumo una sigaretta. A volte sale il magone: è una melassa indistinta di ricordi, cose che non torneranno, cose che vorrei fare ma non c’è tempo. Sento il caldo addosso, vedo la luce inconfondibile di luglio dalla finestra di un ufficio. Vorrei fermare quel momento, cristallizzarlo. Riflettere con calma, pensare al mio posto nel mondo, capire bene il confine fra i doveri a cui sto sto facendo fronte e i conformismi ai quali mi sto uniformando.

 

 

 

 

 

 

 

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