Non è mica facile, ragazzi.

17 Gennaio 2012 Nessun commento

Ci sono i pensieri, quelli brutti, che tendono ad arrivare tutti insieme. E allora ci si aggrappa alla vecchia regola del “un problema per volta”. Tocca ripeterla e ripeterla, sforzandosi si farla entrare in testa. Sennò addio. Il lavoro che non va, la nebbia che scende, il freddo ai piedi, le prospettive che mancano o che, se ci sono, pensi di conoscerle già e non ti piacciono.

Una faticaccia, senza nemmeno l’aiuto del sole, del caldo e della moto da prendere. La moto sta in equilibrio solo se va. E più va più sta in equilibrio. È questo che mi piace. Il suo equilibrio diventa il mio. Finché sono in sella sono immune da scazzi, brutti pensieri, paranoie. Frutto di quell’equilibrio. Poi c’è il motore. Che brucia tutto: brucia le paure, brucia le incomprensioni e le tristezze, brucia quelli che a lavoro mi dicono cosa fare e cosa no. Giri una manopola e ti allontani da tutto. Torni ad essere veloce e imprendibile.

Ma adesso è il periodo della lentezza, e non quella sana e anticonformista. È la lentezza di quando sei impaludato, bloccato dal ghiaccio e dai problemi.

Chiuso in difesa, spazzi palloni. Li tieni lontani dalla tua porta, sì, ma non stai imbastendo nessuna azione di attacco.

Proprio come l’Inter nel derby.

A proposito: qualcuno ha fatto caso che il goal di Milito è stato molto simile al gol che ha fatto, sempre contro il Milan, Milito nel gennaio del 2010? Lancio da lontano di Pandev. Milito se la deve vedere con Abate che colpisce malamente di testa e di fatto serve la palla sui piedi del Principe che tira. Gol.

Come domenica sera: il Capitano ne scarta un po’, poi lancia in diagonale cercando Milito. In mezzo c’è sempre Abate, che si trova sulla traiettoria del pallone ma non lo prende; lo cicca, lo liscia. La palla arriva a Milito che con un diagonale da biliardo la mette dove Abbiati non può arrivare.

Ecco.

Passi un tempo intero a subire, a pensare che così non può andare, che prima o poi sta palla entrerà e perderai.

Sono ancora nella fase in cui spazzo i palloni. Di impostare non se ne parla.

Però a ben guardare di fiato ne ho, lo scatto non mi manca.

Serve solo qualcuno che lanci un buon pallone.

E, sempre a ben guardare, nella mia squadra gente con piedi buoni e visione di gioco non manca.

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tarantelle

11 Gennaio 2012 Nessun commento

“Ieri c’erano 14 gradi…mica normale”

“Eh sì, ma la notte ghiaccia”

Io ho annuito. Avevo la testa quasi tutta rintanata nel mio berretto. Stavo abbastanza bene, tiravo dalla mia sigaretta e me ne stavo a parlare con gli operai che da mesi ormai lavorano per approntare uno showroom.
Ma alla fine cosa è uno showroom? Un negozio, più o meno? Bho.

Finita la sigaretta torno al mio posto di combattimento. Poco da fare. Salvo qualche foto, in modo che poi quando il mio pc va in screen saver passano tutte le immagini che ho scelto. Alcune sono fastidiose per quanto sono belle. Raffigurano momenti impagabili fra mare, prati, cani e tutti con il sorriso da vacanza.

Ho aggiunto una foto di Eric “The King” Cantona. Chissà che fine ha fatto il suo progetto di ritiro collettivo di soldi dalle banche. Mi piacerebbe saperlo attraverso twitter, visto che fra le tante persone che seguo, ultimamente ho aggiunto anche lui.  Saranno passate due settimane e “The King” non ha ancora scritto una riga. Dovrebbe anche raccontarci della sua candidatura politica. “Con che partito?” ha chiesto giustamente Andrea ieri sera. Non si sa.

Continuano le mail mandate in giro. Racconto quello che ho fatto, quello che so fare, quello che mi piacerebbe fare. Non so perché ma sono
ottimista. Ma è vero che se sei ottimista poi le cose vanno meglio o no? Voglio dire: è solo un premio del destino oppure c’è una spiegazione logica tipo: se
sei ottimista sei più disposto verso il mondo e vedi cose che un pessimista non vedrebbe?

Non ho ben capito. Provo l’ottimismo come esperimento.

Uscito da qui palestra. La borsa è già pronta a casa. Il mio amico Klem passa da qui per dirmi che sono magro. Beh sì, sicuramente dall’ultima volta che ci siamo visti ne ho persi di chili. Klem, vedrò di mettere su qualche chilo per il nostro prossimo incontro.

Ieri pomeriggio, dopo il lavoro, sono andato a prendere la mia amata al lavoro. Dilemma: macchina o moto? La moto va tirata giù dal cavalletto, poi tocca mettere guanti e giacca pesante. La macchina è più comoda, anche se vivo nel terrore di non ritrovare parcheggio.  Con la coda dell’occhio ho visto il cd nuovo
dei 99posse, “cattivi guaglioni”. Un gran bell’album che ci ha fatto compagnia negli oziosi giorni di vacanza.

Giusto ieri pensavo alla traccia numero 8 “Tarantelle pe’ campà”. Trovo che lo special di Caparezza in mezzo alla canzone sia un piccolo capolavoro; per quello che dice, per come cadono le rime.

Oggi mi arriva un tweet dai 99. Hanno appena fatto il video di quella canzone.

Lo guardo, mi piace.

Ve lo consiglio. Tutti facciamo “Tarantelle pe’ campà”

 

 

 

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“Pago la mia casa, pago le mie illusioni”

8 Gennaio 2012 Nessun commento

La luce che viene da fuori non deve ingannare. Fa freddo, il vento sferza i balconi, i muri delle case, l’antenna della macchina parcheggiata qui sotto.

C’è voluta una buona dose di training autogeno questa mattina per continuare a dormire e arrivare fino a quasi l’una. C’erano dei pensieri brutti, il lavoro-prigione che incombe, preoccupazioni, poca curiosità nei confronti del futuro. Però quello arriva comunque. Va sempre con lo stesso tempo, come un metronomo infinito. Sta a me andargli dietro con le canzoni che decido di suonare.

Ogni volta che clicco “invia”, insieme alla mail parte anche un senso di confusa fiducia. Quel poco che ho capito è che nella vita non si sa mai. “E’ la vita che scorre/il prossimo passo lo puoi soltanto supporre” (Colle der Fomento). Supposizioni, non molto di più. E pure fragili. Però è anche vero che, se non si sa mai, non è detto che giri sempre male, al peggio. E in periodi particolarmente negativi, mi aggrappo alla statistica.

Circa un paio di anni fa, interno giorno, corridoio dell’università.

“Come vanno le cose?”

“Male. Sto da sola, ho solo mia figlia. Lavoro tutto il giorno e il resto del tempo lo passo con lei. Non c’è nient’altro”

“Mi spiace. Pensa che però non può piovere per sempre”

“E perché? Perché non può piovere per sempre?”

“Bhe, se non altro per un fatto statistico”

Non so quanto avessi convinto la mia amica con questa mezza citazione. Stava abbastanza a pezzi, ma nonostante questo era riuscita a prendermi in contropiede con quel suo “perché?”. Non ho avuto la risposta pronta e ho cercato di essere razionale. Dai e dai, prima o poi gira meglio. Magrissima consolazione, anche perché è un ragionamento sul quale non è possibile fare nessun affidamento. È una variabile che se ne sta lì così, che agisce se e quando vuole. Nessuna programmazione, nessun calcolo. Non ci puoi costruire niente sopra.

Io ho dalla mia la curiosità. Se mi sforzo riesco a vedere la vita come un enorme esperimento di cause ed effetti. Bisogna astrarsi e quando ci riesco, anche se a volte non mi piace ciò che vedo, mi ci appassiono.

Lavoraccio a volte.

“D’ altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d’ aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare… grattarsi”

Francesco Guccini – “Canzone quasi d’amore”

 

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C’è una pila di libri in equilibrio precario vicino al mio letto

3 Gennaio 2012 2 commenti

Beh, buon anno.

Non è che l’ordinanza del sindaco sia stata più di tanto rispettata; l’altra sera quasi ce li hanno sparati in casa i botti, incuranti degli 8 piani 8 che ci separano dal suolo.

Io ho pensato ai lavoratori FS che stanno sulla torre. Che cosa assurda. Ne parlavo giusto ieri. Lavoratori lasciati a casa, lavoratori di un servizio che è ancora richiesto: la gente non è contenta di non avere più i vagoni notturni, non vuole viaggiare per forza sui frecciarossa. Ma questo a quel criminale di Moretti non importa. È la nuova frontiera del licenziamento: si lascia a casa anche chi serve.

Mi ricordo i tempi del postal market: ero piccolo e il gingle che passava in televisione diceva che con postal market “usa la testa/ed ogni pacco che arriva è una festa”. Qualcosa di simile, se la memoria non mi inganna. I lavoratori di postal market si sono ritrovati a piedi, scalzati da un nuovo modo di vendere indirettamente. Andavano aiutati, tutelati e reinseriti in qualche modo. Però in questo caso le ragioni di questi licenziamenti erano chiare.

Oggi ci sono trame più complicate e anche un servizio richiesto può essere tagliato. La domanda non sembra più essere vincolante per il mantenimento di un posto di lavoro.

In questa confusione da nuovo millennio le spiegazioni latitano.

Tempo fa ci hanno convinto che un sistema di pensiero era inutile, obsoleto. Non c’era nessuno schema che servisse a spiegare gli accadimenti. Succedevano e basta. Andavano capiti uno ad uno, senza connessioni. Ottima mossa. Fossi stato dalla parte dei padroni avrei fatto lo stesso.

Dal 21 dicembre le giornate hanno ripreso ad allungarsi. Ottima notizia. Ammesso di avere qualcosa con cui riempire i minuti di luce in più.

In questi giorni ho passato molto tempo a casa dei miei. Nei momenti di siesta sono andato a rileggermi vecchi moleskine parcheggiati nella libreria di camera mia. Anni 2000, 2001 e 2002. Solo un piccolo estratto di tutta la mia produzione. Ammetto di essermi trovato un po’ noioso alla lettura. Per me era più importante scrivere che rileggere.

Inverni noiosissimi, incapace di dare esami e di fare alcunché tranne descrivere il mondo intorno a me e non capacitarmi di come fosse indifferente al mio malessere.

Ho letto una riflessione sull’inverno: ho scritto che d’inverno è più semplice nascondere le proprie paranoie. Il freddo, il buio, le poche luci aiutano. La primavera invece è come se le mettesse a nudo.

Gli eventi di questo periodo mi hanno riportato ad un livello di consapevolezza base. Alcune amarezze mi hanno aiutato a capire cosa importa e cosa no. Sono “tranchant” – come si dice – su tutto il resto.

C’è una pila di libri un po’ precaria di fianco al mio letto.

Solite storie bandite, poca narrativa.

 

 

 

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nemici & nemici

20 Dicembre 2011 2 commenti

Circondato da oggetti. Oggetti venduti, comprati e infine regalati. Inizio ad odiare non solo il Natale (questa è una vecchia storia), ma anche tutto quello che sa di Natale. Questa celebrazione del consumo mi ripugna.

Ieri sera sono arrivato a casa tardi. Tempo di docciarsi, mangiare e accendere meccanicamente la televisione. Dopo il casino che è successo a Firenze, ad una trasmissione su La7 venivano messe a confronto varie opinioni. Rappresentanti dell’una e dell’altra parte. Un filmato di qualche minuto ha tentato di spiegare chi fosse Ezra Pound, il cui nome è stato preso dall’omonima “casa”.

Ho pensato che il suo anticapitalismo è tremendamente attuale. Non può che attecchire, perché oggi come ieri il nemico è il capitale.

Anche per noi il nemico è il capitale. Da sempre, più o meno.

Ho pensato che forse la differenza sta nella individuazione concreta del nemico. Dopo aver individuato il nemico all’intero di un concetto, di una parola evocativa, bisogna individuarlo di fatto e agire di conseguenza.

Credo che per noi il capitale implichi una serie di nemici diversi, ma tutti molto potenti. Troppo a volte. Squali della finanza, multinazionali e relativi amministratori delegati, solitamente difesi da forze dell’ordine, questori, ministri, primi ministri.

C’è chi invece pensa che dal capitale, e più genericamente dal “sistema”, discendano una serie diversa di nemici concreti: rom, nomadi, africani e, chiaramente, senegalesi.

 

Gente che più difficilmente può difendersi.

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non è una buona idea

17 Dicembre 2011 2 commenti

Non è servito nemmeno pedalare da viale Ortles fino a casa mia. L’effetto dell’alcol non è sceso. E poi troppe sigarette, troppo vino (buono) troppa grappa con la scusa del freddo. Però l’occasione era di quelle belle. Di quelle che ti ricordi. Alberto diventa dottore a a casa sua si radunano vecchie facce, personaggi dal passato glorioso e dal presente sempre all’altezza. È stato un vero piacere stare lì. Proprio bello. E poi la sua laurea è stata liberatoria quasi quanto la mia.

Solo che a forza di bevi e fuma i ricordi hanno iniziato a farsi vaghi, il tempo ha assunto forme strane e il viaggio di ritorno, cedendo il volante alla mia amica sobria, mi è sembrato infinito e breve allo stesso tempo. Ma la mia amica guidava bene, sicura. Salutarla, prendere l’ascensore e guadagnare il letto è stato un tutt’uno. Poi non ricordo più nulla. Solo la sveglia che è suonata questa mattina.

La Toyota non parte, eh sì che è sempre stata un orologio. Giusto una settimana fa, nessuna reazione alla rotazione della chiave. Però troppi casini per potermi occupare di lei. Solo stamattina sono riuscito ad organizzarmi con il carro attrezzi per portarla all’officina entro le 12:30. E l’officina sta in viale Ortles. Ho avuto un colpo di genio (pescato non so dove, visto che la mia mente da ieri sera arranca) e ho caricato la bici nel bagagliaio, così da avere un mezzo per tornare.

Arriva il carro attrezzi. In ritardo. La testa mi ronza, mi accendo una sigaretta e ancor prima che la fiamma si avvicini al tabacco, so già che non è una buona idea. Agganciano la macchina. Saliamo. Al primo incrocio la macchina si sgancia. Il tipo scende smadonnando rassegnato e la riaggancia. Io constato che non ci siano stati danni. Si riparte. Guida sereno, non sembra di avere una macchina agganciata dietro. Io mi accoccolo sul sedile. Oggi c’è il sole e un pochino scalda. Il tipo canticchia. Poi si stanca e accende la radio. Passano le ultime note di “Crazy” degli Aerosmith.

“…That kinda lovin’
Turns a man to a slave
That kinda lovin’
Sends a man right to his grave”

Sorrido. Penso ai primi tempi della mia storia con lei. Ma ripenso anche a stamattina, quando, barcollando e ripassando le fasi della preparazione caffettiera, ho trovato un suo biglietto sul tavolo.

Arriviamo, consegnamo la macchina. Il carro attrezzi se ne va a recuperare qualcun altro. Io firmo il foglio di presa in consegna del mezzo e in bici torno verso casa.

La testa continua a non essere a posto. Ronza e fa barcollare un po’ il fisico. Nonostante tutto raggiungo casa. Mi metto nel bow window.

Ho il sole contro. Scalda, ma ogni volta che butto fuori il fumo non vedo più lo schermo.

 

…Sends a man right to his grave”

 

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Testify

13 Dicembre 2011 8 commenti

Finita un’altra giornata. La più dura della settimana. Il resto dovrebbe essere in discesa. Anche se si fa un po’ per dire.

Continuo a chiedermi se in questa esistenza è solo questione di trovare i giusti spazi, oppure va solo licenziata e tocca cominciare la ricerca per una nuova.

È recente la notizia di una aggressione collettiva ad un campo rom. Una ragazza è stata violentata e ha detto che è stato un rom, uno di loro. Così è scattata la rappresaglia spontanea. Non contro quel rom in particolare, ma contro un campo rom. La ragazza non era stata violentata. Aveva bisogno di trovare una scusa per la sua perduta verginità. E il rom è utile. Ricorda un po’ lo zombie di Romero. Un bersaglio fin troppo facile. Un vestito che gli abbiamo cucito addosso perché ci serve, assolutamente, qualcuno da odiare. Qualcuno contro cui vale tutto. E poi è comodo, molto.

Metto insieme tutto quanto e trovo un ragazza incapace di dire che ha perso la verginità in modo consenziente. Per passione, per errore, per qualunque altro motivo. Ma non perché costretta. Morale, rispetto delle regole, l’idea che infrangerle sia una colpa inammissibile, talmente tanto da darla a qualcun altro. Da qui si arriva al rom, perché è credibile che un rom stupri. Ci sta. E sicuramente il comune sentire farà muro. L’intento delle personeperbene sarà quello di dare addosso a qualcuno che ha, secondo loro, quel profilo e soprattutto per lui è molto più difficile difendersi.

Da qui tutto il resto: un branco di frustrati che non vedeva l’ora di provare il piacere di sfogarsi su qualcuno, perché la miseria della vita è difficile da accettare. Meglio scaricarla.

Ho messo insieme i pezzi e ho trovato i segni di una civiltà in declino.

Tempo di fumare un po’, prima di andare a dormire. Tornare a casa e trovare un cannone già fatto e fumato solo per metà è uno dei piaceri della vita. Mi concedo il lusso di dimenticare un po’, di scendere dalla barricata, di rilassare i nervi. Solo per un po’.

Mi guardo intorno e vedo solo motivi per combattere.

La nostra scelta non è tra la guerra e la pace, ma tra una vita degna o una vita indegna

Subcomandante Marcos – Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

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I was a young boy that had big plans

12 Dicembre 2011 3 commenti

Ho preso la decisione di allungarmi la pausa pranzo. Un quarto d’ora e un quarto d’ora. In tutto un’ora e mezzo per correre in bici fino all’ospedale. Sentire quell’odore caldo di medicinali. Varcare la soglia che divide chi sta dentro da chi sta fuori ed arrivare lì dentro, con la mia giacca e sotto i 4 strati di vestiario a incrociare chi sta in pigiama e pantofole. Contrasto evidente tra chi è sano e chi no. Io non so se sono sano. O meglio: penso di sì. Fino a qualche settimana fa ero anche abbastanza in forma. Poi però il tempo per tenermi in forma mi è stato tolto, dal lavoro e da quella corsia che sono andato a visitare quasi ogni giorno. Così non so più se riesco a farmi 5 km e passa di corsa, nuotare per un’ora e mezzo, correre avanti indietro sulla fascia destra di un campo da calcio. Vabbè, a volte bisogna fare atti di fede. Ho corso in bici lungo la circonvallazione. Su una delle poche salite mi sono anche alzato sui pedali per superare una bici davanti a me che, sullo stretto passaggio di preferenziale, arrancava. Pioveva e ho pensato agli eroi del Giro d’Italia e del Tour. I chilometri, l’altimetria, i rifornimenti, le sistemazioni delle bici in corsa con qualcuno che si sporge dall’ammiraglia. Il ciclismo è sempre la metafora migliore. Ognuno la sua specialità: i velocisti, gli scalatori, i passisti, i discesisti (prima pensavo “e che ci vuole a scendere?”, invece ho capito che è un’arte).

Dodici dicembre. Ci sarà la commemorazione della strage in piazza Fontana. Quella bomba ha avuto un obiettivo, uno scopo, una sua utilità. Ed ha funzionato. Sul chi l’ha messa si potrebbe rispondere tutti quelli che erano interessati al mantenimento dell’ordine. Bombe e deflagrazioni per avere ordine e silenzio. Magari un silenzio pauroso, ma sempre silenzio è. Pare che tutto abbia funzionato. Perché oggi ci si fa in 4 per rompere il silenzio, perché “solidarietà” resta una parola vuota se prima non c’è conoscenza e spirito di immedesimazione.

Giornata abbastanza tranquilla, grigia e fredda.

Io fra non molto risalirò in bici. Ma stavolta per tornare a casa. Un mio collega batterista mi ha raccontato della serata acustica che hanno fatto in un locale “un po’ troppo fighetto”. Io gli ho sorriso, ho spento la mia sigaretta e sono tornato dentro a lavorare, ma una volta al mio tavolo non ne avevo molta voglia.

Ho acceso le casse e ho messo su i Green Day

 I was a young boy that had big plans.                                                                                                                                                                                                                       Now I’m just another shitty old man.                                                                                                                                                                                                                            I don’t have fun and I hate everything.                                                                                                                                                                                                                     The world owes me, so fuck you.

“The Grouch” – Green Day

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N’oubliez pas

9 Dicembre 2011 Nessun commento

Prove generali di vacanza, con questo ponte. Aria di festa, blocco del traffico fino alle 18. Ho scritto alla mia amica Lelia, qualche mail mentre facevo colazione. Saranno state le 10. Io già pensavo alla mia amica ancora in pigiama, impigrita, con il Pit che scodinzolava di fianco. Le ho chiesto di andare su skype, ma lei mi ha risposto che “oh sono in ufficio eh!!! Non mi trovi su skype!!! Sono una dei 10 stronzi che oggi lavora a Milano!”.

Forse ci vediamo stasera, forse vediamo anche il vecchio (come amico) Giorgio. Lui è da ammirare perché voleva una vita diversa. Così ha preso un pezzo di cascina fuori Milano e si è piazzato lì con la sua compagna. Sarebbe bello anche andare noi da loro, giusto per curiosare nelle esistenze degli altri. Ultimamente provo con questa terapia.

È stato consegnato un pacco bomba alla sede di Equitalia. Ci ha rimesso una falange il direttore generale. Già pronti i colpevoli – gli anarchici – già pronto il clima, già pronte le scuse. Mettere paura, caspita, serve sempre.

E serve anche la bomba, inesplosa, di ieri indirizzata all’Ad di Deutsche Bank. Ovviamente sempre gli anarchici.

La Digos cerca di capire se c’è un nesso.

Come cantava l’Isola Posse anni fa “la connessione c’è: è la paura”.

Ascolto Bob Marley, cerco un po’ di sole fra le casse del mac. Fra le canzoni di Bob apprezzo particolarmente “Burnin’ And Lootin‘”, perché è all’inizio del film “l’Odio”, titoli di testa. Immagini vere quelle, di scontri tra la rabbia delle banlieues e la polizia.

Dopo avere visto le immagini di ieri, carabinieri che sparavano compiaciuti lacrimogeni ad altezza d’uomo contro chi difendeva casa sua, mi è tornato in mente un frammento di quelle sequenze.

 

N’oubliez pas….

 

 

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alla ricerca

9 Dicembre 2011 2 commenti

giorni in cui penso di non essere più capace di mettere nero su bianco. giorni faticosi, distratti, di attesa, belli, vissuti, angoscianti.

ci sarebbe da parlare dle concerto di paul, anche perché direi che la stampa sul concerto di milano non ha detto granché. personalmente invece si è consumato un rito dagli intervalli lunghi; talmente lunghi da poter fare dividere il periodo in mezzo in fasi della tua vita.

ma niente. apparte una mail salvata su gmail con un buon testo, non ho buttato giù nulla. credo che vogliano ridurci al silenzio: un grande complotto. o anche piccolo, che riguarda solo me. ne fanno parte le ansie, le paure, un senso di impotenza latente. che blocca.

stasera ho fatto twitter. ho aperto un mio profilo. nome mio cognome di mamma.

ho deciso di seguire le cose che mi piacciono: internaizonale, notav, tom morello, nichi vendola, l’ezln, interistiorg.org.

forse 140 caratteri sono troppo pochi. ma mi pare di capire che twitter sia solo una rotatoria con tanti cartelli per altrettante direzioni. staremo a vedere.

intanto:

Notav: I #Notav lasciano senza parole chi non ha più argomenti

Tevez leaves City to be closer to family. Manchester-Buenos Aires – 6935 miles. Milan-Buenos Aires – 6934 miles. He’s getting there. (ritwittato da interistiorg.)

Internazionale: Stati Uniti. L’esecuzione di Mumia Abu-Jamal non ci sarà.

interistiorg: avete ragione: il test con Zanetti e Cambiasso era giusto. Va bene anche perdere quando fai esperimenti

Nichi Vendola: Diamo per scontato un equivoco insopportabile: quello per cui si possa convivere in tempi di crisi con una sospensione della democrazia.

 

Sotto il lancio di lacrimogeni una signora di 60 anni. «Che ci fa qua?» «Io qua, ragazzo,ci vivo». Questo è il movimento #notav

 

notte a tutti

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