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Archivio per la categoria ‘Argomenti vari’

maremma

16 Agosto 2017 Nessun commento

Gente che ieri sera a momenti collassava vicino la piscina. Gente che ha udito, come ultime parole, “bicchiere della staffa?”. Forse ha detto sì, poi più nulla fino a questa mattinata inoltrata. Ferragosto condiviso, con piatti, carne, verdure, pasta, praticamente un continuo da mezzogiorno fino a sera. Io ho partecipato fino ad un certo punto. Fino a quando non ho capito che era il caso di ritirarsi, di mantenere intatta qualche pia speranza di svegliarmi non a pezzi questa mattina. C’è silenzio adesso qui. Non fosse per il caldo e il sole a picco, parrebbe quasi un giorno post natalizio, quando tutto è fermo dopo la sbornia di cibo e alcol.

Osservo degli ulivi bassi davanti a me, tra me e loro un prato, poi un vialetto di ghiaia e, più in là, il recinto dei cavalli. Sono sopravvento e non ne sento l’odore.  Ecco qui la Maremma. Quella che amo, che penso, quei paesaggi in cui mi rifugio quando sono lontano, a Milano. Mi viene quasi la smania di viverla a tutti i costi e la contemplazione a volte non sembra sufficiente. Il trucco è sempre quello. Rilassarsi. Che pare una cosa naturale, ma a volte è la cosa più artefatta che si possa immaginare. Seguire il flusso, dicono. Il problema è che a me a volte il flusso porta versi lidi indesiderati, fatti di ansie, paure assortite, “paranoie più grandi di una grande volontà”.

Leggo le paturnie di Art Keller, protagonista de “Il Cartello” di Don Winslow. Mi pare di capirlo, di comprenderlo. Il seguire qualcosa che non puoi fare a meno di seguire. Leggo dei suoi struggimenti e di come la questione con Adan Barrera sia una cosa personale, di fronte alla quale sacrificare tutto, famiglia compresa. L’abilità di Winslow è quella di fare capire come per Keller, uomo della Dea, la caccia a Barrera, narcotrafficante molto potente, sia sì la sua ragione di vita e sicuramente lo è per motivi etici e professionali. Ma questa lunga caccia non si sarebbe sviluppata nello stesso modo, se Keller non fosse Keller, cioè se non ci fosse quel tratto di personalità che definirei autodistruttivo, poco incline per natura a lasciare perdere oltre ogni ragionevole dedizione personale. Forse donchischiottesco, o forse, più prosaicamente, uno che, lontano da ogni eroismo od epicità, è entrato in una storia dalla quale non riesce ad uscire. Una dipendenza come un’altra. Proprio per questo mi piace questa saga, perché non c’è retorica, non c’è un fossato profondo fra il bene e il male. Ci sono le personalità e i comportamenti delle persone: il bene (o il male, o tutti e due insieme) è una conseguenza, non il punto di partenza. Si fa quello che si fa per come si è, ci si trova nelle situazioni più intricate non necessariamente a causa di ideali aprioristici. È come se fosse tutto ineluttabile.

Io non combatto narcotrafficanti. Molto più semplicemente cerco di guadagnarmi quello che posso facendo il meno possibile. Tipo stare qui, a guardare gli ulivi bassi, il prato, e il vialetto di ghiaia. Cercando quel vecchio appiglio che era la scrittura. Proprio qui, in queste zone molti anni fa, giravo sempre con un quaderno, un blocco, qualcosa su cui scrivere. Mi sedevo sotto i pini e iniziavo a buttare giù quello che mi sentivo dentro. Andavo a braccio e i risultati, riletti da adulto, non hanno molto di soddisfacente, se non il riconoscere al me stesso di allora, di averci provato, almeno. Ci provo ancora. Ci provo e vorrei mettere insieme tutto. I miei struggimenti, le cose che mi fanno incazzare, quelle che mi fanno paura, altre che invece mi aprono il cuore. A volte ci riesco, a volte no.

La sera, quando il sole non è più a picco, metto la sedia sul prato e guardo le stelle. Ho imparato a riconoscere gli aerei che stanno atterrando a Roma. Me lo spiegò mio padre, tanti anni fa: li riconosceva per la rotta e per l’altitudine. Mi spiegò quello e tante altre cose. Gli ho mai detto quanto sono state importanti per me? Forse no, ma, sempre forse, lo ha capito da solo. Ora guardo spesso due occhi piccoli e svegli che mi fissano. Sorridono con piacere. Mi pare che chiedano, altre volte mi sembra che invece rispondano.

Ce ne sono di cose da dire, da chiedere. Domande da fare, risposte da avere. Sai che non saranno mai le ultime, che ce ne saranno altre dietro l’angolo. Sempre.

Grazie anche per questo, piccoli occhi.

 

 

 

vernice

24 Luglio 2017 Commenti chiusi

 

Ho sempre preferito il mare al lago. In realtà ho sempre preferito il mare ad ogni cosa. Chiedendomi che cosa cambiasse nell’immergere il mio corpo in un liquido piuttosto che in un altro, alla lunga mi sono risposto che non lo so, semplicemente lo preferisco.

“a forza di passare da questi posti mi ci sono…”

“affezionato?”

“no, affezionato no. O forse sì. Sta di fatto che a forza di passare da questi luoghi, uno se li ricorda e poi li associa ad alcune cose che ti sono capitate in un determinato periodo…quindi…posso dire che in alcuni momenti ci torno volentieri, và”

“addirittura?”

“già”

A casa di mia nonna c’era un librone fotografico sul lago d’Orta. Quando andavo da lei – e ci andavo spesso – mi piaceva sfogliarlo. Specie in primavera. Guardavo le foto attentamente, in particolare le strade, i vicoli. Sapevo che, con la bella stagione, ci sarei andato in macchina con mio papà. O lì o altrove, l’importante era stare insieme, padre e figlio. Io poi adoravo andare in macchina con lui. Portavo un po’ di audio cassette e andavamo.

Quel salire e girare in macchina senza una meta precisa mi è rimasto dentro.

Sarà stato metà febbraio. Ho preso la macchina in un giorno di settimana e ho fatto un giro che già conoscevo: lago d’Orta, Mottarone, discesa verso il lago Maggiore, ritorno. Faceva freddo, neve ancora sui muretti accanto alla strada. Feci una sosta a Orta. Il parcheggio, solitamente strapieno nei mesi caldi, era deserto. Credo di essere stato l’unico quel giorno a pagare il parcheggio con regolare tagliandino preso alla macchinetta. Presi un caffè nel bar della piazza centrale. Deserto anche quello. La cassiera, unica addetta quel giorno, aveva forse voglia di fare due chiacchiere, ma non siamo andati oltre la giornata fredda e l’inverno che stava per finire. Sono risalito in macchina, sono passato all’altro lago salendo fino in cima al Mottarone e, sul lungolago verso Arona, ho ascoltato “the valley runs low” di Bonamassa. Ho pensato intensamente a chi stava arrivando, a come mi avrebbe cambiato la vita, che musica le sarebbe piaciuta e se avrebbe apprezzato i giri in macchina senza una meta precisa. In quel caso un cerchio si sarebbe chiuso e avrebbe ricominciato a girare sul suo solco, riverniciandolo di nuovo.

Sono tornato oggi dal lago d’Orta. Tre giorni lì. Io ero libero, la mia amata anche. Una casetta affacciata sul lago ci ha ospitato per tre giorni. Vicino a noi abitava un uomo, di età indefinibile. Era gentile, mi pare vivesse solo. Grande ascoltatore di musica, aveva sempre la radio accesa. Doveva trattarsi di una stazione dedicata agli anni ’90, a giudicare dalle canzoni. La prima mattina mi ha chiesto se gli avevamo dato fastidio. Gli ho detto di no, tralasciando il fatto che da mesi non dormivo così bene, ma spiegargli perché ultimamente dorma così male mi avrebbe bruciato buona parte della mia vacanza. La sua discesa al lago era un accampamento più che un giardino, però c’era qualcosa di essenziale organizzato in modo tale da soddisfare i suoi bisogni: mangiare, sentire musica, guardare la tv, farsi un bagno ogni tanto.

Ieri sera avevo una sensazione strana. Era come se avessi dei pensieri tristi che però non sapevano bene dove attecchire. Non c’erano appigli per i pensieri tristi eppure era come se chiedessero un po’ di attenzione. Era da poco passata l’ora del tramonto. Mi sono affacciato alla nostra finestra e il vicino stava mangiando anguria, guardando il lago e ascoltando “spirit in the sky” alla radio.

Ieri ho fatto il mio primo bagno nel lago. Prima che il sole venisse nascosto da nuvole di pioggia, io e lei ci siamo buttati. È stato bello: abbiamo riso, nuotato e poi asciugati al sole.

No, i pensieri tristi stavolta non avevano veramente appigli. C’è da riverniciare un cerchio che si chiude. Ci vuole mano ferma e testa serena.

 

 

 

 

 

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ancora

16 Luglio 2017 Commenti chiusi

È come se provassi un senso di fastidio, di incompiutezza. Apro il mio blog e leggo quell’incipit di vari mesi fa. Si parlava di freddo, di scelte politiche, di ambizioni travolte dal quotidiano. Poi il gioco è diventato cercare di fare rimanere le ambizioni nel quotidiano, ma quel lavoro è stato abbandonato, un po’ come abbandono il dover tenere in ordine i miei libri, mettere in ordine i vari numeri del “manifesto”, cercare collegamenti fra i vari articoli. Lascio che sia il caso a farli ritornare alla mia mente, così come lascio che sia il caso a darmi serenità o angoscia. Lascio fare, non guido, a volte solo per paura di venire tragicamente sconfitto (per “sconfitto” qui intendo: rendersi conto di non avere alcuna influenza sulla propria emotività).

Dal freddo di fine anno, da giubbotti, guanti, cappelli, dritto fino a questo luglio confuso, che vorrei fare correre via, ma che, nonostante i miei intenti, scorre normale, con le sue giornate e il suo sole limpido. Luglio che rimanda ricordi di teli mare, zampironi, fine della scuola e lunghe vacanze. Ricordi che non fanno benissimo: a volte la stanchezza gioca brutti scherzi. Non fa facile tenere il piano di realtà quando sei a pezzi, quando hai finito una giornata in cui hai la sensazione di avere dato tutto e ricominciare il giorno dopo ti pare una condanna.

Qualche settimana fa il mio amico Pez mi manda uno screenshot di un messaggio su facebook. Io non sono iscritto e quel che accade su quella piattaforma mi arriva sempre per vie traverse (e più vengo messo a parte, più sono convinto che non esserci sia la scelta giusta). Lo screenshot è il post di una nostra comune conoscenza, nostro compagno di liceo. Se la prende con chi manifesta a favore dei migranti, con i “buonisti” che alimentano “l’invasione”. Pez commenta il messaggio con “un’altra amicizia finita”.

Sorrido amaramente: non che mi aspettassi molto altro da questa persona, però quando certe idee colpiscono uno che conosci (anche se non lo vedi da anni) è come se percepissi la pervasività di queste sovrastrutture.

Quasi contestualmente a quel messaggio di Pez ho ricevuto una telefonata da Patrizio. Era una telefonata interlocutoria, da amico, da uno che vuole sapere come stai. Quando parliamo al telefono finiamo sempre a ricoprire lo stesso gioco delle parti.

Lui è sempre tra l’incazzato e l’amareggiato per il livello di razzismo e stupidità che ammanta la nostra società. Io gli rispondo che ha ragione, che fa senso e orrore, ma che parte della questione è non dimenticare tutte le esperienze di lotta e di resistenza che ci circondano. Viviamo nell’epoca dei mass media e se una cosa non passa dalla tv non esiste. Invece c’è. Esiste e resiste.

Una fatica pensare che non si è soli, richiede concentrazione costante. Quando la mattina esco “nel mondo feroce” e mi pare di vedere solo singoli individui che cercano di sopravvivere, provo un sentimento intimo ed antico come la malinconia.

Dopo il messaggio del mio amico Pez, una parte di me avrebbe istintivamente voluto chiamare la vecchia conoscenza, chiedergli quale tipo di società stanno difendendo dalla “invasione”, quali valori, quale cultura, quale modo di vivere stanno rischiando di perdere. Io provo a guardare e non vedo nulla di difendibile. Individui autoctoni e non schiacciati dalla stessa logica. In misure diverse, ovviamente, ma il fatto di essere vittima in misura minore di una logica di sfruttamento, attraverso quale pensiero contorto mi porta a concludere che è conveniente tenersi lo sfruttamento, non contestarlo, ma accanirsi su chi ne è vittima in misura maggiore?

Pensiero fascista, perché si accanisce sul debole, classifica il diverso secondo canoni imposti dall’alto, immutabili e senza via di scampo.

Solitamente quando arrivo in ufficio la mattina, accendo il pc, apro la finestra, mi faccio un caffè e mi fumo una sigaretta. A volte sale il magone: è una melassa indistinta di ricordi, cose che non torneranno, cose che vorrei fare ma non c’è tempo. Sento il caldo addosso, vedo la luce inconfondibile di luglio dalla finestra di un ufficio. Vorrei fermare quel momento, cristallizzarlo. Riflettere con calma, pensare al mio posto nel mondo, capire bene il confine fra i doveri a cui sto sto facendo fronte e i conformismi ai quali mi sto uniformando.

 

 

 

 

 

 

 

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Solo sì

8 Febbraio 2017 Commenti chiusi

Il ritmo con cui il cursore lampeggia per un attimo mi è parso il ritmo di “Blackbird” dei Beatles. Ho guardato meglio: in realtà è troppo lento per quella canzone. Forse ci sta “Easy” dei Faith No More.

In questo periodo il tempo di una canzone è particolarmente importante. Di lavoro ce n’è poco: da un lato in questo periodo dell’anno è abbastanza normale, dall’altro qualcosa dentro di me si preoccupa. Ficco la testa nei libri o mi schermo con la chitarra. Uno dei due gruppi in cui suono si è trovato senza chitarra solista. Io suonavo la ritmica, che ora spetta al cantante.

La solista dovresti farla tu”

Ho cercato di spiegare che non è mai stato il mio fare la chitarra solista, che fin da ragazzino ho sempre avuto una certa facilità con la mano destra, quella dell’accompagnamento, ma che i soli li ho sempre trovati al di là delle mie capacità.

Non ti preoccupare, abbiamo tempo”

Era vero, i soli non mi erano mai venuti, né mi ero mai impegnato a cercare di capire quell’aspetto del suonare la chitarra. Era anche vero però che, nella intimità inviolabile della mia camera, mettevo su i dischi e fingevo di suonare gli assoli.

Vabbene – ho risposto – vedo quello che posso fare”

è un sì?”

Diciamo”

Ho iniziato a prendere confidenza con la scrittura delle tab, leggerle e scriverle. Ho passato ore ed ore a rifare un passaggio, un riff. Ho capito che non si tratta solo di suonare le note giuste e nel corretto ordine, ma di dare un senso a tutto quanto. Mi sono confrontato con la vexata quaestio del risultato finale che deve essere più della mera somma degli elementi che lo compongono.

A volte mi sono pentito di quel “sì”, altre volte ho pensato che fosse l’unica risposta possibile.

Il sì e il no hanno tenuto banco fino alla fine del 2016. C’era un referendum, c’era una campagna mediatica, c’erano una serie di significati legati ad ognuna delle due risposte. C’era anche molta retorica, intesa sia come disciplina del parlare e dello scrivere, sia come “atteggiamento dello scrivere o del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni”.

Io ero per il “no”. Il fronte opposto, quello del “sì”, ha optato, come strategia di massima, alla identificazione del “sì” con un atteggiamento aperto e propositivo nei confronti della politica, delle scelte, della vita in genere. Chi era per il “sì” guardava al futuro, era capace di immaginare un mondo diverso, non aveva paura del cambiamento. Viceversa chi era per il “no” era un conservatore, uno che non voleva cambiare nulla.

Vecchio – nuovo. Cambiamento – conservazione.

Era quasi tutto schiacciato su questa dicotomia, chi non si omologava ad un futuro raggiante, fatto di “sì”, veniva mal tollerato, perché era una zavorra, rappresentava uno dei motivi per i quali il paese non va avanti, non funziona.

Mi sembrava tutto così banale e al tempo stesso feroce, perché, a ben guardare – ma senza nemmeno troppo sforzo – era l’imposizione di una prospettiva. Non c’erano molte argomentazioni e purtroppo non c’era di che stupirsi: in un mondo nominalmente de-ideologizzato, una volta affermatasi questa non-ideologia, lo spazio di manovra è molto ampio. Talmente ampio da digerire, quantomeno mediaticamente, l’imposizione di un punto di vista. Si trattava di questo secondo me ed è stata l’antitesi della partecipazione. La prospettiva la dà il capo, il gruppo dirigente. Loro sanno quale è la direzione. La generalizzazione dei significati sottostanti al “sì” e al “no”, sono dati, non negoziabili. Sono imposti anche i rispettivi mondi di riferimento. Il tutto senza porsi la questione chiave: sì o no? Dipende dalla domanda.

Ho ripercorso con la memoria la mia storia politica e mi son accorto di come questo ragionamento potesse venire facilmente rovesciato. Bastava cambiare i termini della questione. Così come se in una domanda c’è una doppia negazione il sì e il no invertono il loro significato, se cambi la prospettiva succede lo stesso.

La politica del “no” per me – e penso per molti altri come me – è stata la politica dei governi e più in generale del potere. Ho pensato che mi sono sentito dire davvero tanti no. No ad una politica di redistribuzione del reddito che inverta la tendenza che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, no ai tagli alle spese militari, no ad una politica estera senza bombe e morti, no al riconoscimento dello stato di Palestina, no alla legalizzazione delle droghe, no ad una legge antitrust efficace, no alla cancellazione della famigerata “legge obbiettivo”, no ad una allocazione delle risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio e per un piano dei trasporti che, anziché iniziare grandi opere a beneficio di ditte private, rimetta in sesto il servizio pubblico per chi prende il treno tutti i giorni, no ad una scuola pubblica senza tagli a favore delle scuole private, no alla verità sulle stragi.

Dove sta la politica del sì e del no?

Da nessuna parte, perché, a monte, non esiste. Imporla è un esercizio di potere; è una semplificazione che nasconde un intento autoritario, perché cala dall’alto le tematiche, decide quali sono i problemi e come vanno risolti. Fatto questo lavoro, si impacchetta il tutto e lo si dà in pasto alla opinione pubblica: la divisione fra i buoni e cattivi è già stata fatta, non spetta a noi. Il recinto entro cui muoversi è dato.

È un potere che mal tollera la partecipazione e quanto ne scaturisce e quando proprio ci si deve sporcare le mani, non ha altro sistema che eliminare i contenuti e distribuire verità aprioristiche.

Quando parlo di verità politica, non intendo in effetti tanto un giudizio quanto un processo: una verità politica non è ‘io dico che ho ragione e l’altro ha torto’ o ‘ho ragione di approvare questo dirigente e di disapprovare questo oppositore’. Una verità è qualcosa che esiste nel suo processo attivo e che, in quanto verità, si manifesta nelle diverse circostanze attraversate da questo processo. […] Possiamo facilmente constatare che buona parte dell’oppressione politica si realizza proprio negando pervicacemente questa capacità. E i nostri liberali insistono in questa negazione: ostinandosi a sostenere che vi siano soltanto opinioni, la conseguenza inevitabile sarà che l’opinione dominante, quella cioè che ha i mezzi materiali, finanziari, militari e mediatici migliori per dominare, finirà con l’imporsi come consensuale, o come quadro generale entro cui le opinioni potranno esistere” (Alain Badiou – “Il risveglio della storia”)

I “no” hanno ottenuto una vittoria schiacciante. Il meccanismo non ha funzionato. Per mille ragioni e non tutte positive. Sicuramente fra chi ha votato “no” c’era una componente realmente conservatrice o più semplicemente avversa – per motivi più personali che politici – al premier e ai suoi accoliti. Per questi motivi non la identifico esclusivamente come la vittoria di un popolo consapevole e immune a certi raggiri. Non penso, come dice Badiou, che si sia trattato di un caso di “processo attivo” che porta alla verità. Credo però che probabilmente la vittoria del “no” abbia dimostrato, almeno in parte, che quel meccanismo produttore di un mondo fatto solo di opinioni facilmente gestibili e malleabili, non sia così efficiente, lasciando intravedere uno spazio di manovra da non sottovalutare.

Esterno notte, marciapiede bagnato, sigaretta in bocca, freddo, custodia della chitarra appoggiata per terra.

…quindi?”

…bho…sì dai. Sì, va bene”

grande!”

Esce dalla sala prove anche il bassista.

Il cantante gli dice: “oh, ha detto sì eh!

ah bene – appoggia la custodia del basso per terra – …ma a cosa?”

 

Solo a me “I pascoli del cielo” ricorda “Spoon River”?

4 Dicembre 2016 1 commento

E che inverno sia!, pare dire questo clima, freddo, limpido e secco. Dicembre per certi versi è la fine del periodo peggiore. Si finisce con il botto, comunque: natale e tutto quello che comporta. I miei amici più viveur iniziano la sequela di cene natalizie; non quelle con i parenti, ma quelle con gli amici. Io fortunatamente sono abbastanza fuori dal giro delle cene natalizie con amici: ne ho giusto una, fra circa due settimane, organizzata attraverso un confusionario gruppo su whatsup. Fortuna che la mia amica Lelia mi ha messo a parte della splendida opzione di “silenziamento” gruppi. L’ho scoperta a mie spese, una sera che dovevo passarla a prendere e, per dirle che a breve sarei stato da lei, ho usato un gruppo whatsup cui partecipava anche lei. Non vedendola sotto casa sua l’ho chiamata.

“Scusa per il ritardo, ma io i gruppi whatsup li tengo silenziosi”.

Passa Natale e io già mi vedo, nel silenzio cittadino post festa, a casa di mia mamma a leggere tutto il giorno. Ma bisogna arrivarci a quel momento.

Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Wu Ming 1, “Un viaggio che non promettiamo breve- 25 anni di lotte No Tav”. Ho letto molte recensioni, ascoltato registrazioni di presentazioni, sottolineato varie parti durante la lettura. Ci sono infiniti spunti ed innumerevoli diramazioni, tutte molto invitanti (che, come spesso mi capita, mi portano a comprare altri libri). Andando al nocciolo della questione, è un libro molto importante. Rimette la barra a sinistra, saldamente. Racconta i fatti, li mette in fila. Mi ha ricordato un passaggio di una canzone di LouX, rapper mai abbastanza celebrato: “la realtà è di parte”. Il libro di Wu Ming 1 è come se desse respiro a questa provocazione. Sottolinea qualcosa in più, rispetto alla evidenza di un progetto inutile e dannoso. Racconta della melassa socio-mediatica che impedisce di vedere non solo i fatti in sé e per sé, ma anche quello che rappresentano, il peso politico che ha la loro narrazione.

“L’inferno è l’assenza della ragione”, dice Charlie Sheen in “Platoon” per cercare di descrivere l’assurdità della situazione in cui si trova. Io, al riguardo, ho provato la stessa sensazione. Ho sempre pensato, seguendo la lotta No Tav, che le ragioni di quella protesta avessero un’eco assolutamente inadeguata, se rapportata alla loro importanza. Molto spesso, parlandone in giro, ho trovato molta indifferenza e altrettanto paternalismo. La solita storia dei giovani che non sanno bene che cakkio fare, e allora via a fare la guerriglia in Val di Susa, tanto poi, tempo 10 anni, saranno tutti dirigenti di qualche mega società. Sì, così funzionerebbe effettivamente. Sarebbe il sogno di ogni governante autoritario. Ho perso tempo a dire che non si tratta solo di giovani, ma di una valle intera, anziani compresi – che, anziché andare ad osservare un cantiere, scelgono di sabotarlo -, ho perso tempo a ragionare sul fatto che, se la discriminante è la legalità, allora questo discorso deve valere anche per il cantiere che attualmente c’è e che è, carte alla mano, illegale; ho cercato di fare capire che il concetto di bene pubblico, di cui tutti possiamo usufruire e a cui tutti dobbiamo qualcosa, è prezioso e va difeso e che una valle militarizzata, con tutti i soprusi e le vessazioni che sempre accompagnano una militarizzazione, stride con l’idea di un’opera pubblica.

Vicino a casa mia c’è un banco benefico. Organizzano un mercatino con tutto quello che si trovava nelle case di anziani che se ne sono andati. Spesso nelle case, anche dopo il trasloco, restano una serie di cianfrusaglie che non si sa bene dove mettere. Ecco come nasce questo banco. Ovviamente la parte più interessante sono i libri. Ci trovi di tutto e raramente spendi più di 5 euro a libro. Ci puoi trovare delle splendide prime edizioni lasciate lì come se non avesse alcun valore, magari accanto al penultimo libro di Vespa. Io ho preso, tra gli altri, “I pascoli del cielo” Steinbeck, in una edizione Medusa del ’48. Ho iniziato a leggerlo voracemente, come sempre mi capita con Steinbeck. Man mano che leggevo le storie degli abitanti dei Pascoli del cielo, valle californiana particolarmente florida e fertile, sentivo la sensazione del già letto. Non come storie, ma come ambiente. Clima. Fra le pagine si respira un conformismo di fondo che in varie misure influenza le scelte dei protagonisti. C’è molto perbenismo e altrettanto individualismo. Lavoro, buon raccolto, stima dei vicini e l’esistenza può finire lì, anche se poi non è mai così. Entrambi i libri raccontano di soggettività sommerse e impotenti di fronte al buon senso comune.

“Dove è che ho letto qualcosa di simile?”, mi chiedevo mentre cercavo di combattere quel senso di freddo in un week end milanese.

Mi sono fatto l’idea che uno dei deficit maggiori che abbiamo, in Italia, è la attitudine ad essere comunità. Fondamentalmente siamo individui che interagiscono con altri individui, con un certo grado di libertà, ma sempre riportando tutto ad una idea individualista. Abbiamo buone maniere e diciamo cose sensate, ma questo fa di noi solo individui, appunto. L’interazione con l’altro diventa cospirazione quando si agisce come una persona sola, per obiettivi che riguardano tutti. L’Italia pullula di comitati fatti di gente che si è autorganizzata per porre fine ad una ingiustizia che spesso si presenta sotto forma di scempio ambientale. Qui si impara a decidere insieme, a concepirsi come comunità, a fare valere le proprie opinioni, a mediare, a gestire una assemblea.

È l’antidoto ad ogni autoritarismo, ad ogni ritirata nel privato, ad ogni rassegnazione, ma il messaggio di una società finalmente pacificata e che si genuflette al totem del progresso non lascia il campo facilmente.

Militari, check-point, intimidazioni, carcerazioni arbitrarie, botte e manganellate. Questo accade in Val Susa e in Val Clarea. “L’entità”, la chiama Wu Ming 1. L’entità è quell’insieme di forze che agisce perché tutto questo finisca presto: usa la stampa, la polizia, manipola l’opinione pubblica, così capita che quando racconti degli abitanti della valle che hanno acquistato vari lotti di terra sull’area del cantiere della Tav per renderne più difficoltosa l’espropriazione – azione assolutamente legale e, a mio avviso, brillante – la valenza di questa protesta viene annacquata in una ridda di commenti superficiali, di frasi fatte sul progresso, sostanzialmente di ignoranza. Il fatto che il traffico di persone e merci su quella rete sia in calo costante dagli anni ’90, non pare interessare nessuno.

Steinbeck mi piace molto. Ho letto praticamente tutto “Furore” da solo su una spiaggia deserta. Da lì mi ripromisi di approfondire questo magnifico narratore. Leggo “I pascoli del cielo” e continuo a cercare di ricordarmi da dove mi arriva quella sensazione di già letto.

Torno a quella spiaggia. O meglio: vicino a quella spiaggia, molti anni prima. Bancarella di libri nella piazzetta del paese. Compro un librone giallo, “Spoon River”. Poco più che ragazzino mi metto a leggere tutte le storie raccontate. Affascinato dai morti che parlano e raccontano, come ogni ragazzino, con il tempo ho capito quello che tutti i morti di Spoon River, in vario modo, dicevano. Anche lì avvertivo una entità: era il moralismo, il conformismo, la vita concepita solo come prosperità del proprio giardino, la socialità vissuta solo attraverso brevi alleanze temporanee solitamente per stigmatizzare ed emarginare qualcuno di diverso.

“Un viaggio che non promettiamo breve” è un libro sulla lotta No Tav, ma non solo. Le sue pagine analizzano, mettono insieme, raccontano, smitizzano, riportando i termini della discussione su un piano reale e, di conseguenza, necessariamente conflittuale.

Ho speso e buttato via parole in abbondanza quando parlavo con persone che condannavano isteriche il lancio di un sampietrino, ma che poi trovavano normale che un imprenditore portasse il lavoro all’estero lasciando dietro di sé miseria e ruberie. Nella narrazione nazionale non c’è spazio per soggettività in azione. Non se ne possono capire le ragioni profonde, è solo gente che fa casino.

“La definizione dell’essere sociale è legata alla diffusione di immagine, di identità attribuita sulla base della costruzione di status symbol. In effetti i nuovi strati marginali non hanno alcuna possibilità di esprimere delle forme di solidarietà, perché il solo linguaggio esistente è il linguaggio della desolidarizzazione, della carriera e della realizzazione individuale [corsivo mio] – e solo rispetto a queste categorie mediaticamente prodotte si può definire identità” (“Dell’innocenza – 1977: l’anno della premonizione” – Franco “Bifo” Berardi)

Io penso che una soggettività esista indipendentemente dal suo riconoscimento mediatico, esattamente come “una classe sociale esiste indipendentemente dalle formazioni politiche che ne riconoscano o meno l’esistenza”, come dice Gallino in “La lotta di classe dopo la lotta di classe”

Di fronte all’Entità non ci siamo mai fatti trovare sprovvisti ed è questo il lavoro da fare, l’unica attività che tocchi le radici del problema.

E se a qualcuno viene in mente la domanda “noi chi?”, è sul blog sbagliato.

 

scritto n 4 – tutto

22 Settembre 2016 Commenti chiusi

Forse dovrei aprire la finestra, così i panni stesi non prendono l’odore della prima sigaretta della giornata. Aprire la finestra e fare entrare l’aria del primo giorno di autunno. Dovrei anche mettermi a capire come funziona instagram, ma ogni volta che mi ci applico, qualcosa mi sfugge, mi spazientisco, trovo qualcosa di meglio da fare e lascio perdere. Stessa cosa di quando ho iniziato con twitter: non capivo quasi nulla e ci ho messo un po’ a comprendere la mia vocazione di voyeur. Su twitter seguo una settantina di account, alcuni dei quali inattivi da tempo. Altri invece sfornano tweet, ma soprattutto link, dalla mattina alla sera: approfondimenti, punti di vista alternativi, notizie che non trovo altrove. Per me è una specie di rassegna stampa “di movimento”. Quando Abdesselem El Danaf è stato travolto e ucciso da un Tir mentre stava manifestando davanti alla GLS di Piacenza, buona parte dell’opinione pubblica è venuta a conoscenza della protesta dei lavoratori della logistica, che dura ormai da tempo, in quel momento. Macabra ironia: doveva morire qualcuno perché quella lotta finisse sulle prime pagine. Tempo fa, a cena da amici, il discorso andò sulla situazione italiana: politica, società, alternative. Fu un discorso abbastanza superficiale, nonostante nessuno dei presenti fosse contento della situazione. Mi sentii in dovere di dire che non era tutto piatto e senza speranza. In Italia, come altrove, sono molte le realtà in lotta. E non lottano solo per il loro piccolo o grande tornaconto: una vertenza si unisce ad un’altra, un picchetto solidarizza con uno sciopero da un’altra parte. Ci vuole poco per capire che, al di là delle rivendicazioni contingenti, sono tutti vittima dello stesso meccanismo, che sfrutta, riduce i costi, massimizza i profitti di pochi. Niente da fare: portai ad esempio proprio la lotta dei lavoratori della logistica e fui guardato come il giapponese sull’isoletta sperduta che non crede che la guerra sia finita. Qualcuno, al desco, provò un’evidente compassione per me, così come io la provai per loro.

È molto difficile cercare di spiegare che la realtà raccontata normalmente non rispecchia esattamente lo stato delle cose e non perché dica il falso (non sempre almeno): basta non dire qualcosa o raccontare solo alcuni aspetti di determinate vicende ed ecco che la notizia, pur essendo tecnicamente vera, racconta una realtà che non esiste. È difficile cercare di spiegarsi in questo senso senza cadere nella dinamica: io so e quindi spiego a te che non sai. Tolti alcuni casi di ignoranza estrema e di cervelli atrofizzati, che solitamente però lascio perdere, non amo salire in cattedra. Proprio per nulla.

Alcune volte sembra quasi, sentendo parlare gli altri, che la società avrebbe bisogno solo di un po’ di buon senso, dello spirito del buon padre di famiglia, di lavoro senza troppe domande e rivendicazioni e sicuramente di non-violenza. Le ingiustizie, le cose che non funzionano, sono frutto della cattiveria umana, riportando così il discorso sul singolo, sull’individuo. La struttura di potere è irrilevante, irrilevante chi detiene i mezzi di produzione, irrilevante la discriminante fra chi sfrutta e chi è sfruttato.

Mi domando come mai, nemmeno 10 anni fa, molti di quelli che sostenevano l’EZLN e il SubComandante – che aveva fatto della guerra al neoliberismo la sua cifra – ora hanno riposto quell’armamentario critico e il sistema economico attuale (iper liberismo? Turbo capitalismo? Oligarchia?) non è mai messo in discussione. Concetto di “classe”? Vecchiume, cose da superare. Argomento che però non sta in piedi: oltre che superficiale, non tiene conto del fatto che, se ci muoviamo sulla dicotomia vecchio-cattivo e nuovo-buono, il capitalismo è un sistema molto più vecchio, che ha fatto molti più morti di tutti gli “-ismi” del secolo scorso.

La memoria però, purtroppo, di questi tempi non è un buon affare. Complica le cose e spesso viene classificata come mero “nozionismo”. A volte mi rassegno e mi viene da pensare: “ok, come volete: vedrete da soli dove ci porterà tutto questo”.

Lo stendi panni non l’ho spostato. Prenderà odore di fumo e amen.

Accendo il telefono che dopo pochi secondi si attacca alla rete wi-fi della casa: ho finito i giga e sto aspettando la fine del mese per averne di nuovi.

Mi scrive Leon su whatsup: è a Genova e mi manda una foto.

 

Penso a Abdesselem El Danaf, a Carlo e a tutti quelli che hanno dovuto dare tutto

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scritto n 3 – terremoto amatrice

12 Settembre 2016 Commenti chiusi

È notizia di oggi che il comune di Amatrice, uno dei comuni maggiormente colpiti dal recente sisma, ha depositato, presso il tribunale di Rieti, una denuncia per diffamazione aggravata nei confronti del giornale satirico francese Charlie-Hebdo.

È passato un anno e mezzo da quando un gruppo armato di Al-Qa’ida ha fatto irruzione nella sede del giornale uccidendo 12 persone e ferendone 11. Causa dell’attacco: una serie di vignette che raffiguravano Maometto in pose oscene e blasfeme. Tutto il mondo, o quasi, decise che quell’attentato era contro la libertà di espressione e che serviva una reazione del mondo libero per rivendicare il diritto ad esprimersi come meglio crede. Il tema fu molto spinoso. Da un lato c’era una tragedia, c’erano morti e sangue, c’erano innocenti ammazzati sul posto di lavoro. Dall’altro una serie di vignette che, a mio modestissimo parere, mi sembravano solamente offensive, blasfeme e, pur non essendomi assolutamente estranea la blasfemia, del tutto gratuite. In quei freddi giorni del gennaio 2015 l’hastag #jesuischarlie imperversava, lasciando poco spazio a chi osava commentare che forse, quelle caricature di Maometto, poco avevano a che fare con la libertà di espressione, orientandosi di più verso l’offesa gratuita. Non era facile trovare margine per un discorso più ampio che, pur mantenendo ferma la condanna di quanto accaduto, si occupasse in modo un po’ più analitico della libertà di espressione. Non era il momento. Se solo si osava ipotizzare che i vignettisti avessero esagerato con il cattivo gusto, si passava subito per giustificatori del massacro, con in testa i destroidi nostrani che coglievano l’occasione per battere sul tasto dello scontro tra civiltà. Salvini – nemmeno a dirlo – in testa a tutti. Poco, pochissimo margine di manovra per un ragionamento approfondito. Come sempre, quando si versa sangue innocente, l’unica opinione accettabile è la condanna di quanto accaduto, come se chiedersi perché un fatto sia accaduto, ci rendesse in qualche modo complici.

Il 24 agosto scorso il centro Italia ha tremato, buttando giù paesi e lasciando sotto le macerie centinaia di persone. Il terremoto, un evento naturale, ha messo in luce ancora una volta la fragilità di molti edifici costruiti senza il rispetto delle norme antisismiche. Un sistema di appalti al ribasso e di normative aggirate per avere maggiori margini di profitto, ha trasformato un disastro in tragedia.

Charlie Hebdo, pochi giorni dopo il sisma, pubblica una vignetta intitolata “sisma all’italiana”. Nel disegno c’è scritto “penne al pomodoro” (disegno di terremotato insanguinato), “penne gratinate” (disegno di terremotato sbucciato, graffiato e sanguinante) e “lasagne” (strati di macerie fra cui compaiono corpi e sangue).

Quella vignetta è arrivata in uno di quei momenti in cui il tasso di emotività del paese era molto alto: i giornali raccontavano degli ospedali presi d’assalto dai donatori di sangue, dei vigili del fuoco che lavoravano senza sosta, dei cani eroi e persino dei motociclisti di off road che, con le loro moto da cross, riuscivano ad arrivare nelle zone più colpite con i medicinali anche se le strade erano crollate. Uno di quei momenti in cui la generosità e la cooperazione fra le persone, reale e concreta, veniva presa e raccontata da media che spesso la declinavano in senso patriottardo, rinfocolando la retorica del “siamo tutti italiani” e del “ce la sappiamo sempre cavare in qualche modo”, strada maestra per l’appianamento dei conflitti e, soprattutto, per annacquare le responsabilità.

Inutile dire che il giornale satirico francese, con quella vignetta, scatenò un pandemonio. Io, personalmente, la trovai di pessimo gusto. Oltre che fuori luogo, estranea al concetto di satira.

Tempo fa ebbi il piacere di sentire Dario Fo ad un incontro pubblico. Si parlava di satira e lui disse che la discriminante fra la satira e lo “sfottò”, era la menzione di un fatto. La satira fa riferimento ad un fatto, ad un accadimento: il comportamento di un politico, di un uomo in vista, oppure la ricostruzione di una vicenda, di un intrigo, di uno scandalo. Il Bagaglino per esempio, secondo Fo, era il classico esempio di “sfottò”: Andreotti gobbo, Craxi grasso e pelato e così via. I riferimenti ai fatti erano quasi inesistenti, perché tutto si limitava alla presa in giro, allo schernire i difetti più evidenti, quelli che balzano all’occhio. Innocuo lo “sfottò”, perché sottolinea quello che è già evidente, non implica nessun ragionamento, non bisogna attivare nessun meccanismo cognitivo, se non quelli basilari.

I morti di Amatrice e degli altri comuni colpiti dal sisma ai miei occhi, nelle vignette del giornale francese, erano vittime di “sfottò”. Erano insanguinati, esausti, scioccati. E molti erano cadaveri. Tutto questo era già evidente accendendo la tv o guardando su internet. Il fatto che poi, pochi giorni dopo, uscisse una seconda vignetta, sempre pubblicata su Charlie Hebdo, il cui testo recitava “non è stato Charlie Hebdo a costruire le vostre case, ma è stata la mafia”, l’ho trovato indicativo. Era come se fosse necessario tornare ad un concetto di satira per riprendere per i capelli uno status, quello di vignettista satirico, che evidentemente non esisteva nelle prime vignette anche agli occhi dei disegnatori. Allora ci hanno buttato dentro la mafia che in Italia va sempre bene per spiegare tutto. Ci butto dentro la mafia così che capiscano che non le mando a dire. Una cosa vera, che esiste e che uccide, ma che citata così suona come un grande calderone nel quale mettere dentro ogni cosa. È come raccontare dell’uomo nero ad un bambino, senza spiegargli che le cose sono un po’ più complesse.

Non chiedo nessuna censura, perché sono sempre stato convinto che, una società sana, sia perfettamente in grado di stabilire cosa sia accettabile e cosa no. La censura ha sempre avuto, ai miei occhi, un aspetto paternalista, come se dovesse scegliere per gli altri, come se dovesse decidere le dimensioni del recinto del buon gusto e del sopportabile.Ho sempre pensato che fosse l’indice di una società non matura.

Detto questo oggi, evidentemente, non siamo più Charlie. Il pessimo gusto di quel giornale ha toccato anche il patrio suolo, quindi, improvvisamente, la “satira” ha dei limiti.

I morti, questa volta, non stanno dalla parte giusta per invocare la libertà di espressione. 

 

scritto n 2 – culture e colture

9 Settembre 2016 Commenti chiusi

Apro la posta elettronica, ma è un riflesso condizionato. Ieri sera, prima di andare a dormire, avevo visto dal cellulare che non c’erano messaggi nuovi. Ed era mezzanotte. Ora non sono nemmeno le 9 del mattino. Chi può avermi scritto nel frattempo? Nessuno. Appunto. Dovrei scrivere una mail alla società per cui lavoro, anzi: di cui sono “fornitore”. Cosa fornisco non mi è chiaro ancora. Se me lo sapessero dire con precisione avrei una competenza precisa da rivendermi. Vado lì a fare quello che altri non sanno fare: sistemo cose, faccio funzionare impianti audio e video, tratto con le persone. Non lo avrei mai detto, ma quest’ultimo compito mi viene bene. Ho imparato a non farmi coinvolgere e ad essere gentile ma fermo. Sì, a volte non basta e trovi qualcuno che sbrocca, però devo dire che sono casi abbastanza marginali.

Questa mattina il sole batte. Pulito e caldo. Uno spreco qui a Milano, ma se non altro rende la città un pochino più vivibile.

Ieri pomeriggio batteva forte sullo scalo ferroviario attaccato a piazzale Lodi, dove quest’anno hanno deciso di fare la festa dell’unità. Ero lì privo di motivazioni, se non la presentazione di un libro scritto da una persona che conosco e a cui voglio bene. Il libro l’ho letto. Non tutto. Ho utilizzato quella lettura di quando hai fretta e devi farti un’idea. Il libro parla di Milano, vista da un punto di vista storico politico dal secondo dopoguerra ad oggi. La persona che l’ha scritto è di sinistra, come me. Sappiamo però come, all’interno di questo perimetro, si consumino divergenze sostanziali, con dinamiche così feroci da fare spesso dubitare di stare dalla stessa parte. Ho letto cose che ho condiviso, altre molto meno. Ho apprezzato in ogni caso lo sforzo di mettere a registro un periodo così fitto di eventi e di punti di vista: sono pagine che comunque arricchiscono.

Sono andato. Mi sono cotto al sole alla ricerca di un caffè, un po’ di ombra e dell’acqua fresca. Mi sentivo estraneo, come alla festa di un partito che non solo non ho mai votato, ma che nemmeno lontanamente rispecchia i valori in cui credo. Mi ha ricordato quando la sera d’estate andavo a curiosare alla festa di alleanza nazionale che facevano vicino a casa mia: guardavo da fuori una storia politica che non solo non era la mia, ma che consideravo nemica. Non avversaria, proprio nemica. Stessa cosa ieri pomeriggio.

Inizia la presentazione: l’autore parla poco rispetto agli altri ospiti, tutti più o meno o politici, ex politici o professori. Un “giovane” esponente del partito prende la parola per parlare del libro, per dire che – visto che si parla di riformismo – tocca votare “sì” al referendum sulla Costituzione. Non contento passa per una ricostruzione bizzarra degli anni ’90 a Milano. La sua tesi: il riformismo c’era e si stava attuando, peccato che però la “deriva giustizialista” abbia impedito il compiersi di questo progetto. Lì per lì non mi era chiaro. Pensavo facesse riferimento a fatti che riguardavano gli addetti ai lavori. Ripensandoci non mi veniva in mente nessun giustizialismo negli anni ’90. Solo riaccendendo la moto per tornare a casa ho avuto l’impressione che la “deriva giustizialista” altro non era, nella sua testa, che tangentopoli. Quindi quell’inchiesta ha avuto come scopo quello di bloccare le riforme.

Non che mi aspettassi qualcosa di diverso da un esponente del partito di governo; sicuramente non pensavo che la deriva ideologica volta alla giustificazione dell’esistente, potesse essere così sfacciata. Proprio a partire dagli anni ’90 la sinistra di palazzo, quella istituzionale, che sta in parlamento, ha iniziato ad essere complice di un progetto di smantellamento dello stato sociale, ideologicamente mascherato da lotta allo statalismo, agli sprechi e per una maggiore efficienza. Una delle giustificazioni era l’ineluttabilità di questo processo, sostanzialmente produttore di precarietà, e quindi era meglio avere voce in capitolo piuttosto che dedicarsi ad una opposizione dall’esterno. Umanizziamo la precarietà, rendiamo piacevole lo sfruttamento. Poco dopo infatti un governo di sedicente sinistra ha provveduto ad umanizzare anche guerra e bombardamenti.

Sono tornato a casa pensando ad una scena di “Santa Maradona”, film con Libero De Rienzo ed uno scontato ed impresentabile Accorsi. Proprio Accorsi recita – di merda, ma è Accorsi – un monologo scritto non male. Lo avessero dato ad un altro attore, mi sarei sicuramente vergognato meno a citarlo. In ogni caso Accorsi sta mangiando un hamburger e dice che la classica fetta di cetriolo dentro al panino sa benissimo che c’è, però ogni volta si stupisce di trovarla. Anche io dovrei smetterla di stupirmi di trovare certe cose quando sai benissimo che ci sono. Smettere proprio di mangiare hamburger sarebbe una buona soluzione.

Volendo, questa riflessione porterebbe altrove, oltre il partito attualmente al governo e i suoi problemi con le ricostruzioni storico politiche, tanto grandi da doverle costruire auto-assolutorie. Porterebbe al Potere, quello maiuscolo, quello del Pasolini di “Petrolio” e delle “120 giornate di Sodoma”, quello che innerva forze politiche di turno, dando ad ognuna la sua funzione e badando bene all’alternanza, al non ripetersi. Quel Potere combattuto quotidianamente da pratiche reali, concrete, di opposizione e di creazione. Proprio quelle che solitamente vengono definite pratiche teppiste (se invece hanno un livello di organizzazione e sistematicità un po’ più elevato, diventano “terroristiche”), sempre prive di rappresentanza.

Il problema è che è settembre. Il mese in cui “ti siedi e ricominci il gioco”. Pensi alle cose che dovresti fare e fai un conto approssimativo di quante belle giornate avrai ancora a disposizione.

In testa mi rimbombano parole e concetti. Penso alla leggerezza con cui vengono spacciate certe ricostruzioni, in nome dell’efficienza e della funzionalità. Il concetto di “azienda” ha sconfinato, invadendo il discorso pubblico. Unito ad una povertà culturale indotta – anche se non pochi, gioiosamente, resistono – il terreno è assolutamente fertile.

Una parte del terreno.                                                                                                                                                                                                                                                      Un’altra resta refrattaria a quel tipo di colture.

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scritto n 1

5 Settembre 2016 Commenti chiusi

Alex veniva dal Caucaso e si era fatto buona parte dell’Asia, per arrivare poi in Italia. Lo abbiamo incontrato ad un autogrill sulla superstrada che va da Grosseto fino a Cecina, poco prima di Follonica. Il bagagliaio della nostra macchina era sapientemente stipato con incastri di bagagli, borsa frigo, chitarra, tanto da non lasciare più alcuno spazio. Sul sedile dietro stava il mio zaino, vicino alla tavola da surf versione body board.

Il clima era quello che era. La parola “ritorno” aleggiava ormai da qualche ora sulle nostre teste, ma eravamo stati bravi a non farci travolgere. Anzitutto la sera prima, per non essere schiacciati dal filone “ultima serata, ultimo tramonto, ultimo raglio dell’asino Gennaro”, abbiamo chiesto ai nostri amici se avevano voglia di passare una serata insieme. Hanno accettato subito e poco dopo le 20 eravamo puliti e docciati in macchina verso Magliano. La serata è stata alcolica, il cibo buono, le chiacchiere con i nostri amici piacevoli e affettuose. Come ogni serata alcolica ho dei vuoti, piccoli e non incolmabili, ma comunque dei vuoti.

Alcuni li ho colmati il giorno dopo, appena saliti in macchina per tornare verso Milano. Ho chiesto alla mia amata se si ricordava alcuni discorsi della sera prima: lei ha riempito le caselle che mi mancavano e io qualcuna delle sue.

Guidavo e guardavo la toscana oltre il parabrezza. Non riuscivo a togliermi di dosso quella sensazione di perdita, di cambio di vita. Dall’infradito alla scarpa chiusa, dal pantalone corto a quello lungo, dalla maglietta come massimo del vestiario alla camicia. Mi chiedevo anche come mai il viaggio di partenza è sempre leggero e fugace, passa veloce ovunque si stia andando. Quello di ritorno, per quanto non abbia avuto nessun intoppo, è come se lo avessi vissuto chilometro per chilometro, chiedendomi dove stessi andando e perché. L’asfalto di quella superstrada è pessimo. Lo è sempre stato, più o meno da quando l’hanno inaugurata ed ero un bimbo. Tocca tenere le mani salde sul volante e se possibile occupare la corsia di sorpasso, meno martoriata dal passaggio dei Tir.

Avevo voglia di fumare e iniziavo anche a sentire qualcosa di simile alla fame. Il mio stomaco stava bene, ma aveva comunque appena vinto una battaglia contro l’alcol e quel senso di vuoto iniziava ad avere bisogno di essere riempito.

“Mi fermo al prossimo – dissi – prima che inizi l’autostrada”.

Mentre stavamo attraversando il piazzale della stazione di servizio, ci si fa incontro un ragazzo, giovane, con solo uno zainetto in spalla. Ci chiede un passaggio. Gli chiedo dove sta andando, mi dice verso la Francia. Il ragazzo è tedesco, ha girato l’Asia, ora è finito qui. Va verso la Francia, ma la sua tappa finale, prima del ritorno, è il Portogallo, dove ha degli amici che lo possono ospitare.

Decidiamo che si può fare, che gli offriamo volentieri un pezzo di viaggio, visto che si sovrappone al nostro per un tratto. Bevendo un caffè gli mostro, su una cartina appesa al muro del bar, la strada che faremo. Concordiamo sul fatto che possiamo lasciarlo a La Spezia, prima di andare verso l’appennino e la Cisa. Lì non dovrebbe essere difficile trovare chi prosegue sulla A12 in direzione Genova e poi Francia.

Rimontiamo in macchina con il nostro nuovo passeggero. Mi colpiva la sua tranquillità, il suo essere al di là dell’imprevisto. Non sembrava avere la necessità di gestire una tabella di marcia. Il suo obiettivo sarebbe arrivato quando sarebbe arrivato. Nel frattempo c’era la strada da percorrere senza fretta. Staccava gli occhi dal finestrino solo per parlare con noi, per rispondere alle nostre domande e per chiederci qualcosa dell’Italia. Credo che anche lui abbia fatto un favore a noi, perché era importante capire che la strada che stavamo percorrendo era una delle molte possibili e che si poteva sovrapporre a quella di qualcun altro che stava andando da tutt’altra parte e con tutt’altro spirito.

Ci siamo salutati all’ultimo autogrill prima della deviazione per la Cisa. Luisa gli ha regalato quello che restava del suo pacchetto di sigarette, io gli ho stretto la mano augurandogli buona strada.

Poi è stato salire verso il valico, scalare qualche marcia nelle curve più difficili, ridiscendere, affrontare la pianura.

Pianura che oggi mi ha un po’ stordito. Non mi ci ritrovavo e sì che di fatto sarebbe casa. In moto sono andato a ritirare delle analisi: la dottoressa giovane e carina che me le interpretava mi diceva che tutto andava bene. “Lei fa sport, mangia bene. Insomma, direi tutto a posto. Ecco, se poi smettesse di fumare sarebbe proprio il massimo. Glielo dico perché è ancora giovane”

“Insomma…ma comunque ho ridotto molto, sa?”

“lo so, ma anche poche fanno male. Le manca solo quello: smettere e poi è a posto”

“ha ragione…ma sa…sono tornato ieri”

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così

6 Giugno 2016 Commenti chiusi

Buttiamo giù due idee. Tanto poi alla fine non si salva e si butta tutto.

Anzitutto: piove. Non in questo preciso momento in cui scrivo, ma piove in questo periodo. Per vari giorni c’è stata l’ora della pioggia. Solitamente verso sera, prima di cena. Una pioggia fitta, imponente, decisa, affascinante. Una pioggia da film, di quelle che non hanno nulla da invidiare ad alcune scene di “Seven”, de “L’impero dei lupi”, di “Suburra”.

Solo che poi la temperatura si abbassa, ti tocca metterti le calze e a volte stare pure con la finestra chiusa. Inaccettabile, ai primi di giugno.

Altra idea: penso che in questo paese manchi decisamente la figura dell’intellettuale. Non una singola persona nello specifico, ma che manchino proprio intellettuali di riferimento. Non perché l’intellettuale in sé e per sé abbia ragione, ma perché, mettendo al centro l’intelletto, obbliga in ogni caso a confrontarsi con lui. Obbliga a ragionare su un altro piano, per accettare o confutare le sue tesi. È una cosa che fa bene, in ogni caso. A me pare che un dibattito che possa definirsi tale non ci sia, se non in ambiti molto ristretti e, per forza di cose, autoreferenziali. Quello cui assisto è un surrogato di dibattito politico. A volte nemmeno quello. Le argomentazioni si basano su le leggi non votate, sugli emendamenti presentati. Nessuno possiede una statura politica, nessuno è in grado di fare un ragionamento su un sistema di idee, di pensiero. Su una ideologia.

Se poi siano gli intellettuali a mancare o se invece ci sono ma non vengono presi in considerazione non saprei. “Probabilmente tutte e due le cose”, avrebbe detto papà.

Terza idea, collegata alla seconda: ieri ero al seggio e, dopo qualche ora, ero arrivato alla conclusione che tutti gli scrutatori fossero non dico di sinistra (eccezion fatta per il presidente: fra compagni ci vuole poco a riconoscersi), ma quantomeno non proprio beceraggine allo stato puro.

Presenti oltre a me e al presidente una ragazza vicina ai 30 dallo sguardo sveglio, una signora oltre i 50 molto ben tenuta, una piccola sarda oltre i 40, un giovane di 18 anni mio omonimo.

Con il giovane ho parlato poco – avevamo i turni alternati – ma da quel poco ne ho avuto molto: sveglio, arguto, una boccata d’aria fresca pensando al futuro. Anche con la sarda avevo i turni alternati e, a parte qualche luogo comune sui sardi che sonodiffidentimapoitiapronoilcuore, ho capito che non avevo molto a che spartire. I miei turni me li sono fatti con la ragazza sveglia e con la 50enne. La ragazza era una di sinistra, con un’etica forte, una che faceva molte cose. Più pratica che teoria in lei, ma non posso dire che fosse un difetto. La 50enne, leghista. Di quelli che si danno una parvenza di civiltà, perché comunque sono persone per bene e dire che sei razzista non sta bene, così come non sta bene dire che gli immigrati che annegano in mare se la sono cercata. Forse questa tipologia di leghista è persino peggio di quella ruspante, perché è un tripudio di ipocrisie. Ho provato a farle capire che le sue “teorie” facevano acqua da tutte le parti. Sbagliavo, perché un ragionamento che fili non è riconosciuto come valore. Più che altro non ci sono gli strumenti per riconoscere qualcosa che fili. Lì è un attimo arrivare agli hotel 5 stelle per i migranti e la strada buia e fredda (e piovosa) per gli italiani. Loro lo sanno come stanno le cose e tu sei solo un parolaio. Resterebbe l’eliminazione fisica, ma è contro la mia etica. Per fortuna loro.

Quarta idea, che va di seguito direi: il mio dialogo con la leghista è iniziato quando Luisa mi ha scritto della morte di Bonanno. Lì si sono scoperte le carte, quando ho detto che non gioivo della sua morte, così come non gioisco della morte di nessuno. Avrei preferito vedere Bonanno in galera per istigazione all’odio razziale e per condotta incompatibile con il vivere associato (quest’ultimo reato andrebbe introdotto, se possibile). Non penso che la morte in questi casi sia una soluzione.

Forse sto andando troppo in là per uno scritto nemmeno da salvare.

E poi è tardi. Devo fare la spesa e altri sbattimenti assortiti

Lascio una canzone, anzi due. La prima è di Muddy Waters, “I want to be loved (hard again)”. Forse sto invecchiando e mi inizia a piacere il blues.

La seconda è “Tps” dei 99Posse. È un acronimo: il tempo, le parole e il suono, che poi è il titolo del loro nuovo album

“o si vince tutti o nessuno”

Esattamente così.

 

 

 

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