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Archivio per la categoria ‘Società’

poor

26 Ottobre 2017 Nessun commento

la mia impressione è che a loro, tutto sommato, stiano sulle palle i poveri. più dei neri, dei gialli, dei nondeltuttoneri. sì, forse c’è un fastidio atavico, incancellabile nella testa di alcuni trogloditi, che si palesa quando c’è un colore di pelle diverso. ma penso sia qualcosa di residuale. è la povertà che va allontanata, negata. se è vero come è vero che “le idee dominanti sono le idee della classe dominante”, l’idea dominante è che sia il povero a infastidire.

si prendano ad esempio le centinaia di decreti per il decoro, per la sicurezza. sono sempre declinati in modo da colpire chi ha meno o chi non ha niente. la sicurezza non è mai sicurezza sul lavoro, non è mai sicurezza del territorio. se muore qualcuno in un cantiere è una fatalità. se piove e valanghe di fango e detriti travolgono cose e persone, è la natura che non si può controllare.

non è vero, non è così. i disastri conseguenti alle forti piogge sono causati, molto più che dall’acqua, da una cementificazione figlia della logica del profitto, da una completa assenza di una politica di tutela del territorio, dal prevalere di una logica predatoria.

il lavoro ridotto a pura merce – una merce come un’altra – fa sì che possa essere trattato senza le necessarie precauzioni. quanto spesso capita che, nella grande produzione, qualcosa vada perso? capita. equiparando il lavoro ad una merce, capita che qualcosa vada perso e in questo caso vuol dire che qualcuno muoia. in ipotesi meno tragiche, vuol dire che la merce “forza lavoro umana” sia presa e licenziata a seconda di quando e quanto serve. la merce umana però non è un materiale come un altro. ha delle connessioni, delle relazioni, è materia viva, pensante. senza alcuna garanzia sul proprio stipendio e sui propri incassi futuri, sarà costretto a tagliare i costi: taglierà i costi culturali, non comprerà libri, non andrà al cinema o a teatro. nella migliore delle ipotesi. nella peggiore taglierà i costi alimentari, sanitari. mangerà male, non si curerà. il lavoratore precario sarà ai margini e verrà punito per questo. verrà punito perché tutto quello che lui manifesterà – il suo disagio, il suo malessere, la sua precarietà – non sarà compatibile con una società “decorosa”.

“mi pare tutto così ovvio”, penso mentre percorro corso venezia in moto in direzione loreto. il sole splende, un vento fresco tendente al freddo spazza il cielo lasciandolo terso. in fondo vedo le montagne, nitide e quasi vicine. mi piacerebbe continuare, andare dritto, andare a vedere che cosa c’è in fondo. dritto per dritto senza deviazioni. invece mi fermo all’altezza del posto dove lavoro. devo fare inversione per parcheggiare la moto. un camioncino mi lascia passare, lo ringrazio con un gesto della mano e lui fa altrettanto.

sono giorni tersi.voglia di fare altro che non sia chiudersi in ufficio. giorni che si accumulano, un dietro l’altro. li vivo come una terapia, una prova di vita normale. serve a cercare di tenere a bada le ansie, l’inadeguatezza. la precedente mancanza di responsabilità mi dava una strana forma di libertà che, non so per quale motivo, non sfruttavo a pieno. sepulveda, nel suo ultimo libro “storie ribelli”, dice che scrive per 8 ore al giorno. rilegge alcuni passaggi al suo cane e, a fine giornata, si fa un “meritato whisky”. scrive storie: alcune frutto della sua fantasia, altre ascoltate in prima persona. forse, da lettore di questo magnifico scrittore, ho capito che la differenza fra una fonte e l’altra non è poi così netta. anche pino cacucci (che considero uno dei principali “responsabili” del mio dedicarmi alla scrittura) a volte dice che alcune storie non necessariamente sono del tutto vere o del tutto false. sta allo scrittore decidere che cosa rappresentano, in quale quadro si inseriscono, cosa aggiungono e dove portano la narrazione.

di storie me ne vengono in mente tante. a volte prendo appunti e spero di poterci costruire qualcosa sopra. il problema è starci dietro, avere la mente su quello. evidentemente non è così. qualche settimana fa sul balcone di casa mia ne parlavo con peppo, mio grande amico ed eccellente chitarrista. gli ho detto che, se a 40 anni si possono fare dei bilanci intermedi, mi sono reso conto che so fare molte cose, ma nessuna particolarmente bene. mi ha detto “va bene così” ed ha aspirato sorridente dalla sua sigaretta rollata a mano.

sono un po’ scrittore, un po’ chitarrista, un po’ motociclista, un po’ intellettuale. tutto senza approfondire davvero. forse, per me, è meglio così piuttosto che avere un’unica specialità e sapere tutto di una sola cosa. il rovescio della medaglia è la solita voglia di essere altrove. se mi criticano per come scrivo mi viene da pensare, “sì ok, ma vedessi come suono!”; se qualche riff non mi viene bene penso “eh lo so, ma in realtà sono più bravo a scrivere”; se non colgo qualche citazione o mi sfugge qualche collegamento, mi consolo pensando che sono più bravo a guidare la moto. da questo punto di vista è come essere sempre fra una cosa e l’altra. ricordo “caro diario” di nanni moretti: nel capitolo “isole”, ad un certo punto, dice che si rende conto di essere felice solo mentre è in viaggio tra un’isola e l’altra.

tempo di pausa pranzo. esco, attraverso la strada e vado nel bar di fronte. ormai mi conoscono. la cassiera qualche giorno fa mi ha chiesto il nome e mi ha detto il suo. mentre mi avvio alla cassa con il mio primo da asporto, colgo la tensione di uno scazzo. non sono solo parole, ma anche atteggiamenti del corpo, un certo modo di fare evidenzia la tensione. due ragazzi nordafricani hanno avuto da ridire su un turno non rispettato in coda. non ho visto né so che cosa sia successo. colgo solo la fine dello scazzo. è latente un discorso discriminatorio: i due ragazzi si sentono discriminati, la cassiera si difende con atteggiamento ostile da quella accusa. loro escono dal bar. arriva il mio turno. lei, mentre batte il mio scontrino, farfuglia qualcosa sul fatto che “loro” picchiano le donne, nella loro cultura. non ho niente da dire nè da aggiungere.                             penso alla miseria di quella relazione. indipendentemente da quello che è realmente accaduto, rifletto su tutto quello che ci sta dietro, a tutti i “noi” e a tutti i “loro” imposti, costruiti, artefatti e conseguentemente immaginati. praticamente una visione distopica delle “comunità immaginate” di anderson,

vi stanno sulle palle i poveri. il fatto che siano originari di altre parti del mondo – le più povere, guarda caso – è un di più. quello che vedo però è che siamo poveri anche noi e basta una prospettiva un po’ meno schiacciata sul quotidiano per capirlo. prendo ad esempio l’alta finanza, i mega manager, quelli che decidono le sorti di milioni di persone e anche le mie. la mia disponibilità economica, paragonata alla loro, mi rende senza dubbio più vicino al migrante, al mendicante, al barbone di strada. la distanza, misurata in disponibilità economica, fra me e questa parte di mondo è indubbiamente inferiore rispetto a quella che sta fra me e i grandi padroni. lo scarto è ancora più grande se si prende in considerazione il potere di influenzare la realtà che ci circonda, agendo come singoli individui. così come lo è per la stragrande maggioranza delle persone. eppure…

eppure rispondiamo a stimoli che non hanno nulla a che vedere con una visione complessiva. inculcati, spacciati ovunque attraverso tg, cartelloni pubblicitari, spot, format televisivi, frasi fatte sul buonsenso buttate lì come se fossero semplicemente interlocutorie, reagiamo in modo pavloviano sapendo già a priori chi sono i buoni e chi sono i cattivi.                                                   forse sono veri tutti i vari “non sono razzista, ma…”; qui mi pare che sia puro e semplice classismo. il razzismo, semmai, è un di più.

mangio il mio primo da asporto davanti al pc. un occhio a twitter, un altro a youtube per capire come caspita si fa a prendere le onde con la tavola da bodyboard come cristo comanda. finisco il mio pasto. caffè e sigaretta sul balcone.

mi pare ovvio. la povertà e la mancanza di prospettive stanno a significare che questo sistema non funziona.

solo percependoci come singoli individui si può continuare a giustificare tutto ciò.

non in carica

21 Settembre 2015 Commenti chiusi

In realtà non è un patè di aglio, anche se c’è scritto così sulla confezione. E’ semplicemente una crema al cavolfiore. Sulla pasta ci sta bene. Apro il contenitore con la pasta fredda. Alzo lo sguardo e Lecco è sotto ai miei piedi. Nuvole bianche corrono fra me e la piccola città. La mia maglietta è bagnata, un misto di sudore e pioggia. Anche la mia felpa è bagnata. Non ho più cambi però. Cerco di non pensare al freddo, a questa acqua che, spazzata dal vento, colpisce da tutte le parti. Qui però siamo al coperto. Una piccola cappella coperta e aperta su un lato. Dentro una statua della Madonna e vari lumini. C’è anche un padre Pio, che mi ha fatto pensare alla Puglia: lì padre Pio è ovunque. Viaggiando capita spesso di trovarlo appiccicato sui camion che sorpassi, oppure sotto forma di statuetta vicino alla cassa mentre paghi un caffè al bar.

Questa pasta l’avevo preparata la sera prima. Ogni volta che vado a passeggiare in montagna con il mio amico Leon, ci arrangiamo mangiando quello che abbiamo buttato negli zaini la sera prima. Molte volte, dopo ore di sfacchinata, ho provato il desiderio di mangiare pasta. Stavolta volevo provare questo piacere così mi sono organizzato.

Leon, finita la pasta, legge “il manifesto” seduto su una panca della minuscola cappella. Io continuo a guardare il cielo: non promette nulla di buono, ma la parte più impegnativa è passata, ora stiamo scendendo.

Ammetto che non è stato facile. In alcuni punti bisognava salire a 4 zampe, arrampicarsi su rocce con molti appigli ma ripidissime e rese scivolose dalla giornata piovosa.

Perché sono finito qui? Certe volte uno se lo chiede. Ma durante l’ascesa si ha anche il tempo di trovare risposte.

Sono qui sostanzialmente perché la giornata era libera, perché non ho le idee chiare, perché lo sforzo fisico mi piace, perché Leon è un amico.

Ogni amicizia ha i suoi ambiti: c’è quello che vedi solitamente davanti ad una birra, la sera, in un pub; ci sono quelli che vedi quando gioca l’inter, altri vengono a cenare da te e poi si fermano per grappe e vizi assortiti. Quando vedo Leon solitamente si suda. Ma a me piace.

Il fascino della montagna mi è un po’ estraneo. Scorre dietro ad un vetro. Lo capisco, ma lo capisco razionalmente: di testa, non di pancia. Ci tengo anche io ad arrivare in vetta, mi piace vedere le cose dall’alto e poi vivendo a Milano le montagne sono vicine. Non è il mio ambiente, ma va benissimo per passare una giornata diversa e proficua.

Risaliamo in macchina che pioviccica. Ho i jeans ridotti ad un insieme umido di tela, terra e acqua. Non ho più cambi, me li devo tenere fino a Milano. Nel bagagliaio una maglietta dei Public Enemy completamente fradicia, un antipioggia ormai inservibile e gli scarponcini bagnati. Accendo il deumidificatore.

La strada che va da Milano a Lecco è una statale a 4 corsie. Molto guidabile, se non fosse per il limite costante dei 90. Lascio Leon alla fermata di Zara. Continuo verso casa. Mi tolgo tutto e mi lascio accarezzare dal getto caldo della doccia. Ci resto un bel po’. Penso e ripenso.

Ogni volta che mi impegno in qualcosa che richiede uno sforzo fisico lo faccio pensando anche a come mi sentirò dopo. Il coach Tony D’Amato – Al Pacino – in “Ogni maledetta domenica” scuote la sua squadra dopo una vittoria chiedendo alla masnada di energumeni: “Vi volete sentire ancora così?!”

Ecco: io mentre mi inerpicavo pensavo al coach Tony D’Amato, alle imprese epiche, a come mi sarei sentito dopo.

Staccare la spina, ricaricare le batterie, ritrovare l’energia. Tutte metafore elettroniche, energetiche. Come se ormai la simbiosi tra noi e i nostri dispositivi fosse totale, dimenticando che una batteria si ricarica meglio quando è completamente scarica. Una persona no.Meglio non arrivare a quel punto, almeno per me.

Il mio mac, ad esempio, quando è molto scarico, ha un attimo durante il quale, appena attaccato alla presa, recita “non in carica”. Come un limbo, un momento in cui la macchina non è ancora passata alla modalità “in carica”, ma non si sta nemmeno spegnendo.

Settembre sta facendo il suo dovere. Tiepido con qualche ventata fresca, come fosse un lento avvicinamento, o un allenamento. Aumenterà le dosi man mano e, anche se non mi piacerà, sarò un po’ più abituato, quando farà veramente freddo.

Fra non molto autunno. Anche se caldo, dicono.

“Autunno caldo” è anche una locuzione che indica una stagione particolarmente ricca di contestazioni, lotte, manifestazioni. Qualcuno ha già iniziato, indicendo una assemblea che ha fatto chiudere il colosseo impedendo ai turisti di potervi accedere. I soliti perbenisti hanno iniziato a berciare indignati, in testa a tutti il primo ministro: “non accadrà più, i turisti non saranno mai più ostaggio dei sindacalisti”.  Renzi fa il suo lavoro: deve raccontare un paese efficiente, che accoglie i turisti (ma ancora fa fatica con gli immigrati), che funziona, che usa il pugno di ferro mascherato da decisionismo contro chi gli rovina questa rappresentazione. Sì è vero, il colosseo è rimasto chiuso ed è vero anche che molti turisti, sfortunatamente capitati lì in quelle ore, non hanno potuto visitarlo. Così però sembra quasi che i lavoratori del colosseo provino gusto nel creare disagi. Non sono questi tutti i fatti. Prima di ogni altra cosa, visto che in discussione è la legittimità di questa protesta, va ricordato che il diritto che queste persone hanno esercitato è sancito dalla Costituzione e dallo Statuto dei Lavoratori. A questo si aggiunga una condizione lavorativa che non so quanti fra quelli che adesso gridano allo scandalo e al ricatto avrebbero accettato: un anno di straordinari non pagati. Faceva figo avere il colosseo sempre aperto, ma avrebbero dovuto farlo per la causa, per la gloria: molto meglio se non si fossero messi a chiedere ciò che gli spetta. Questo è il senso nascosto fra le parole di chi li critica. C’è chi si è spinto anche oltre, e non parlo di un opinionista qualunque, qualcuno in bilico fra notorietà e possibilità di avere un pezzo della torta. Parlo del sottosegretario ai Beni Culturali, Francesca Barracciu. che su twitter sentenzia: “Ass sindacale che danneggia centinaia di turisti paganti che dedicano 1 giorno di ferie al e decine di guide turistiche è 1 reato!”.  La marcia indietro fatta dopo che qualcuno ha chiesto di quale reato si trattasse (“reato in senso lato”, si è difesa), per come la vedo io, non ha fatto altro che peggiorare le cose. Ha suggerito l’esistenza di una legislazione parallela, modificabile e interpretabile a seconda delle circostanze. A differenza della Legge, questa visione si può applicare quando fa comodo, usando il concetto di “reato” svuotato del suo significato reale, ma ancora intriso comunque di colpe e minacce.

Il tutto, ovviamente, dipende da quale parte si sta.

Giugno 2013: Renzi, da sindaco di Firenze, chiude il Ponte Vecchio per una festa privata di ferraristi, capeggiata da Montezemolo. Turisti privati di un sito da visitare (senza preavviso, a differenza della assemblea sindacale sopra citata), disagi e incazzature varie. Stesso scenario del colosseo in quei giorni di assemblea. Ma qui nessun reato.

Leon tutte queste cose le sa, so che le pensa.

Imprime un ritmo terrificante alla sua ascesa e continua a salire.

Una storia perfetta

1 Luglio 2015 Commenti chiusi

Chi non vorrebbe avere per le mani una storia perfetta? Lo vorrei anche io, così magari mi metto a scrivere un po’ seriamente e smetto di seguire i tiramenti del momento. Ci vorrebbe una storia di quelle dal finale aperto. Un tipo di narrazione che pare sepolta con la fine degli anni ’70, quando, ad esempio, i film volevano rappresentare la realtà con la sua complessità. Tipo “Cinque pezzi facili” con Jack Nicholson, 1970: non si capisce che fine faccia quando il film si conclude, si sa solo che lascia indietro donna e problemi, ma se va a stare meglio o peggio non si sa. Non è una storia perfetta, ma una storia: imperfetta, senza una divisione chiara tra buoni e cattivi, con figure ambigue. Una storia che può sembrare vera, quindi.

Mi piaceva molto una frase dei 99Posse – una tra le tante – che diceva, traducendo dal napoletano, “le battaglie vanno fatte per risolvere i problemi materiali della vita, e sono battaglie di merda, le battaglie pulite stanno solo nella testa di chi ha sempre il culo parato”. Capolavoro. È esattamente questo il punto. Se non capisci questo o sei stupido o sei in malafede e in realtà cerchi prestesti per screditare chi lotta. Litigai furiosamente con mia mamma anni fa, quando frequentavo i centri sociali  e le relative manifestazioni che spesso finivano male. Lei parlava da mamma, ovviamente, e da questo punto di vista la capivo. Il fatto è che, non potendo dirmi “mi preoccupo troppo, fammi il piacere di non andare”, argomentava tesi sulla non violenza. Lecite e ben argomentate, ma quello che volevo farle capire era che , visto che il piano di discussione era quello, non mi sembrava corretto dire che i centri sociali hanno ragione di esistere e poi chiudere gli occhi sul fatto che esistono perché si contrappongono ad un ordine vigente e questo causa, inevitabilmente, scontri. Gli scontri non piacevano nemmeno a me e li avrei evitati volentieri, ma le battaglie pulite…

Il male non sempre perde, così come il bene non sempre vince. Se racconti quello che accade realmente, questo è un punto fermo. Allora meglio raccontare qualcosa che c’è ma anche no. Altro esempio cinematografico, “lo Squalo”, 1975. Qui c’è un mostro, reale come idea, ma comunque di fantasia nello svolgimento. C’è un mostro che divora donne e uomini, c’è un eroe inizialmente inascoltato, che alla fine lo sconfigge. Fine. Nessuna altra implicazione: buoni, cattivi, chi vince e chi perde è tutto chiaro. Non è la realtà, ma piace pensarlo: è liberatorio, toglie molti pensieri anziché metterne di nuovi e il botteghino conferma.

Il mio spiccato spirito critico a volte mi ha ostacolato, altre volte mi ha salvato. Non sono mai stato un sostenitore ottuso di nessuna causa. Ogni volta che si prende parte ci si confronta con delle contraddizioni. Eliminarle è una idea malsana. Cercare di capire quali sono accettabili per poter arrivare ad un risultato è un lavoro palloso ma necessario. So che dietro ogni lotta si nascondono errori e personalismi insopportabili, ma giudicare un movimento da questo è errato. Il mondo senza contraddizioni è lo scenario di chi vuole riportare tutto ad un piano dove ogni cosa è relativa e tutto sommato tanto vale farsi la propria vita senza tante domande, perché le contraddizioni sono dietro l’angolo.

Più volte mi sono trovato a discutere sul Movimento No Tav. Ho sentito cazzate a nastro e, quel che più mi deprime, anche da persone che stimo. O non era importante (cantilena del “i problemi sono altri”, molto utile per non entrare mai nel merito di nulla), o era una idea conservatrice contro una idea di progresso (la parola “progresso” è stata declinata in talmente tanti modi nei secoli che, presa così, in valore assoluto, non ha nessun senso: era “progresso” il termine usato da Mussolini nella campagna d’Africa, era “progresso” quello che il “Che” voleva per Cuba) o era inaccettabile la violenza vista in tv. Non voglio entrare nel merito della vicenda, almeno non qui e non ora.

Solo che, parando di storie perfette, dall’effetto calmante, e storie non perfette, dall’effetto “pensante”, non ho potuto non pensare ad un recente articolo uscito sul Corriere firmato da Marco Bardesono. Un free lance, a quanto pare, che vende articoli, fra gli altri, anche al Corriere.

Titolo dell’articolo “Mara, la black bloc con le pietre. Tav? Non so per cosa protesto”. Bardesono ha intervistato questa giovane black bloc 19enne a Chiomonte, durante l’ultima manifestazione No Tav. Mara è stata precettata dai suoi amici black bloc che l’hanno portata lì in pulmann. Lei non sa nulla dei No Tav, ma è una militante del blocco nero, quindi quando la chiamano va, anche se di quel che sta succedendo non sa nulla. Le hanno solo detto di lanciare pietre contro le forze dell’ordine. I petardi no, perché ancora non è capace. Mara vive alla giornata, tra un cs e una casa occupata, ha una idea abbastanza vaga di cosa è giusto e no, ma per lei andare sul posto è più importante di sapere perché.

Una storia perfetta. C’è la violenza senza ragione, perché confrontarsi con una violenza che muove da condizioni oggettive sarebbe troppo complicato. C’è una appartenenza che tutto sommato è moda, e se è moda allora ha semplicemente scelto quella sbagliata. C’è tutto un armamentario lessicale e figurativo per svuotare di senso una protesta. È una storia che rassicura, perché viene dipinto uno scenario che si incastra perfettamente con le posizioni di chi dice che sono solo violenti e che dei motivi della protesta non sanno nulla. Vogliono solo fare casino e allora ecco pronta l’intervista.

Un altro squalo che prima o poi l’eroe farà fuori; per il momento siamo ancora nella fase in cui fa danni senza un vero motivo, se non la sua sete di sangue.

Mi è sembrato tutto un po’ troppo perfetto. Non mancava nessun elemento. Il mio spiccato senso critico ha iniziato a leggere tra le righe e alcune cose mi sono parse strane. Il modo in cui è stata precettata per la manifestazione presuppone una rete di contatti, cosa che, stando agli scritti dello stesso blocco nero, non è mai emersa. Forse non è emersa perché va nascosta, ma c’è da dire che le indagini in questo senso non sono mai andate oltre la definizione di “anarco – insurrezionalisti”, locuzione sempre buona per buttare dentro un contenitore tutto quello che infastidisce e/o che non si capisce. Poi i black bloc che arrivano in pulmann, una idea di gerarchia all’interno del blocco che attribuisce competenze e compiti (per i petardi non è ancora capace) e infine una lunga chiacchierata con la stampa. No, non sta molto in piedi.

Bardesono aveva già scritto sulla vicenda No Tav quando, a dicembre dell’anno scorso, un incendio doloso aveva danneggiato dei pozzetti che regolano la segnaletica ferroviaria nei pressi della stazione di Bologna. Il collegamento con il movimento della Val Susa era  praticamente certo, visto che, sul luogo, erano state rinvenute scritte “no tav” e, il giorno stesso (23 dicembre) era comparsa, su un sito “anarco – insurrezionalista”, prontamente oscurato, una dichiarazione che parlava del sabotaggio come “atto lecito” (cosa che disse anche Mandela parlando della lotta di liberazione in Sud Africa: evidentemente hanno fatto bene a processare pure lui).

Le scritte erano presenti, vero, come in ogni stazione. Zone con muri su cui scrivere quello che ci passa per la testa: splendidi graffiti, invettive personali, dichiarazioni d’amore, scritte politiche. In particolare aveva colpito l’attenzione la foto di un masso con su scritto “tav”. Il fatto che poi la scritta “tav” fosse una semplice “tag” di un writer della zona non ha cambiato le carte in tavola. Erano stati loro, tutto fin troppo chiaro. E Bardesono si era unito al coro.

 

Eccezionale spinoza.it sull’accaduto

Incendio a Bologna, trovata sul luogo la scritta “No Tav”. Ma si segue anche la pista dei “Luca ti amo torna”. [@pirata_21]

 

Vado sul sito notav.info. Voglio capire se si parla di questo articolo sulla black bloc Mara e in che modo.

Sì, se ne parla.

“Il sig. Bardesono lo abbiamo incontrato al mattino presto all’autogrill di Rivoli, mentre si recava in Valle di Susa per la manifestazione. Uno dei nostri redattori non l’ha salutato perché non ricordava chi fosse e lo aveva classificato come appartenente alle forze dell’ordine. Un’altro invece lo conosceva invece e ci ha scambiato due chiacchiere molto istruttive a questo punto. Ci ha raccontato di come avrebbe seguito la manifestazione: si sarebbe recato su uno dei prati della Ramat e da li avrebbe seguito (da lontano) il tutto. Ci ha spiegato che non ha senso stare lì in mezzo tanto da lì un’idea di massima se la faceva, poi con altri colleghi e due notizie dalla polizia, il quadro sarebbe diventato chiaro. E noi possiamo confermare che non era lì dove avrebbe incontrato Mara la blackbloc, perchè è rispuntato fuori il pomeriggio a Chiomonte, mentre i notav si riposano per poi riscendere al cantiere. Dal suo punto di osservazione interviste non se ne potevano fare, e poi la disponibilità a rilasciare dichiarazioni da travisati e mentre si tenta di tirare giù le reti del cantiere vogliamo ancora vederla”

I film sugli squali mi sono sempre piaciuti. Normalmente cazzate terrificanti, però non devi accendere il cervello. Sono contento che ci siano. Forse il problema nasce quando pensi davvero  che Martin Brody (interpretato da Roy Scheider, protagonista di film anche di livello decisamente migliore) sia lì a sconfiggere le tue paure.

Chi non vorrebbe avere per le mani una storia perfetta?

 

 

 

di politica, di musica e di altre sciocchezze…

2 Marzo 2014 Commenti chiusi

Sole, ma non abituiamoci. Ieri pioggia, talmente tanta e battente da non riuscire ad aprire la finestra per cambiare l’aria. Però ieri anche fazzoletti, soffiate di naso, testa che un po’ gira, gambe molli. Influenza senza febbre, ma con tutto il resto.
Ultimamente una delle domande più ricorrenti (tipo tendenza di twitter) è cosa ne pensi di Renzi. Non penso nulla, a dire la verità. Penso che sia solo un’altra espressione dello stesso potere. Più giovane, più vecchio, battuta più o meno pronta, sguardo più o meno intelligente, stessa sostanza.
Più che all’aspetto esteriore del nuovo premier (perché alla fine questa sta diventando la differenza fra un primo ministro ed un altro) il mio pensiero va al divario tra popolazione e classe dirigente. Ciò che ormai lega un soggetto all’altro è un atteggiamento voyeuristico, non diverso dallo sguardo che si posa su un reality o qualche altro tipo di trasmissione in cui le vicende e gli scazzi dei protagonisti la fanno da padrone. Si osserva e ci si appassiona – chi più chi meno – agli accadimenti, ma senza che si possa realmente influire sugli stessi, televoto a parte.
La politica del palazzo ultimamente mi da’ questa impressione. Una farsa come un altra, un format fra i format. Noto la stessa impotenza attiva negli occhi di chi guarda. Quell’appassionarsi alle vicende dell’uno, a come porta la giacca quell’altro, se ha messo la cravatta o meno…se ce l’ha è più istituzionale, altrimenti vuol dire che vuole avvicinare i giovani alla politica. Poi c’è la tazza di caffè, il mac, la camicia bianca, la foto con il Papa dietro, la moglie….

Ma de che stamo a parlà?

Era sera, quasi notte. Le dita mi facevano male per le due ore di prove, la spalla anche, per la Fender tenuta a tracolla. Avrei bevuto molta birra, mi sarei volentieri fatto una canna, ma la strada da fare in macchina non era poca. Poi qui in Brianza i controlli non mancano e avere a che fare con qualche poliziotto-sceriffo nel cuore della notte, fumato, con una chitarra nel bagagliaio (musicista, quindi artista, quindi tossico… e il bello è che non sono nessuna delle tre cose), non era una prospettiva allettante. Nella mia storia credo di essere in debito con la fortuna, riguardo situazioni simili. L’ho scampata molte volte e proprio per questo ringrazio sentitamente il santo protettore dei fattoni e non gli chiedo altro. Con una semplice media chiara in mano e una sigaretta in bocca, ascoltavo Pat parlare.
I soldi devi andare a prenderli dove ci sono, non è che le alternative siano molte….anzi…non ce ne sono. Lo vai a prendere dal lavoro dipendente? Dalla massa delle partite iva? Pensa ai grandi capitali, alle rendite, a tutta quella serie di intoccabili….ma tanto lì non va a prenderli nessuno. Sono tutti d’accordo”.

Durante il viaggio in macchina verso casa di solito mi ronzano in testa i riff appena suonati.
I soldi devi andare a prenderli dove ci sono”, anche queste parole mi giravano in testa con la ciclicità di un giro di accordi. Semplice ed efficace.

Dovrei virare al politico per chiudere questo post, o quantomeno buttarmi sull’analisi più approfondita, chiamando in causa principi di sociologia, comunicazione politica, psicologia sociale, solo per citarne alcuni. Tutte cose studiate, per carità, ma il tempo passato e la stanchezza da influenza mi fanno più pragmaticamente optare per una analisi per sommi capi, de panza.

Sono timoroso del tracollo. Ho sempre odiato le cassandre e quelli che ti spacciano le loro verità come rivelazioni, però è una cosa che avverto. Mi pare oggettiva. L’imposizione forzata di sperequazioni e ingiustizie, mascherate da altro o – quando proprio non è possibile fare altrimenti – descritte come accadimenti sfortunati di cui nessuno ha colpa, ha bisogno di una buona dose di droga per fare in modo che venga accettata senza contraccolpi. Che comunque si verificano. Basta mettere la testa fuori dall’informazione “mainstream” per osservare un paese in subbuglio che, anche qui, viene scientemente occultato o – quando proprio non è possibile fare altrimenti – criminalizzato nelle sue manifestazioni di opposizione a queste logiche.
Un esempio su tutti il giornale “La Repubblica” che simpatizza sempre con le rivolte dei giovani ovunque nel mondo, ma quando si verificano in casa cambia vestito con l’abilità di un Brachetti per unirsi al coro di condanna agli atti di “terrorismo”.

C’è ancora un po’ di sole. Io quasi quasi mi metto in piedi e provo a fare il giro dell’isolato. Mi prederò buona parte di questa parentesi di sole, che ci stanno centellinando come se avessero paura che ci prendiamo gusto. Porto pazienza e aspetto la prossima

Concludo dicendo che resto sempre stupito dalla molteplicità dei modi di esprimersi. Per questo invito a leggersi questa creazione di Zerocalcare.

false distinzioni

10 Febbraio 2010 Commenti chiusi

Non voglio dire niente di particolare, almeno non qui e non ora. Apri il foglio bianco e cerchi la magia, la tua magia. Agli altri piacerà, ad altri meno. Altri non leggeranno proprio e diranno comunque “figo il tuo blog”, perché la stella rossa lì ci sta bene.

Ho passato più di un’ora a farmi torturare dal dentista. Fortuna che nel frattempo lui mi ha tenuto un monologo sull’Inter, su Formigoni che se ne deve andare (“non è un consiglio: dovrebbe essere proprio un obbligo”), su Penati che non lo convince e che non vincerà e ha cercato di ricostruire, anche tramite i miei segni di assenso o di negazione, la genealogia della famiglia Moratti.
Poi è passato al bicarbonato, per pulire ogni singolo dente. Alla fine mi sono ritrovato con il bicarbonato sul volto, sulla barba e sulla mia maglietta termica da moto. Non un gran danno: con una manata va via.
Sono risalito in moto e ho attraversato il centro. Da un punto di vista prettamente geometrico fare il centro pare essere la cosa migliore. Poi però se ti trovi un 16 davanti, almeno per la prima parte di corso Magenta te lo tieni, a meno che tu non voglia azzardare un sorpasso alla cieca in stile scooterone isterico guidato da un incapace.
È un anno che stiamo insieme ormai. Io e lei. Io e la mia moto. L’ho sempre guardata con fierezza e amore. Lei non so come guardi me, ma sta di fatto che non si è mai scomposta, non ha mai avuto reazioni improvvise e impreviste. Sarà, per citare “in Sella”, per via della “ciclistica sincera”.
Fra poco devo andare alla Feltrinelli di piazza Piemonte. Una persona che conosco presenta un suo libro e, oltre ad avermi invitato, mi ha anche chiesto di portare gente. A questa persona un favore lo faccio volentieri, però “portare gente” non è facile. Soprattutto alle 6 e 30 di un mercoledì pomeriggio. Comunque niente panico. Qualcuno ci sarà e non tutti per merito mio.

Serata di calcio poi. Parma Inter. Sarà anche la serata dell’ex, Madiga. Ragazzo kenyota che abbiamo prelevato proprio dal Parma. Non ho visto granché, però mi pare solido, intelligente e cattivo quanto basta. Ma questa Inter si fa amare comunque. Penso che la ricorderemo per parecchio.

Fra poco è tempo di uscire. Da qui a piazza Piemonte ci metterò non più di dieci minuti.
Un’ultima cosa. Sto leggendo, per la prima volta in vita mia, un libro di Giorgio Bocca. Non mi è mai stato simpatico e onestamente non ne ho mai capito bene il perché. Però “Partigiani della montagna” è un bel libro. Lo scrisse tanti anni fa, quando finì la guerra. Il suo intento era spiegare, semplicemente e naturalmente, cosa è stata l’esperienza partigiana. Quali motivazioni, quali vicende, quali disagi e l’aria che si respirava. È stato editato nuovamente nel 2004, con una sua introduzione. Il giornalista ha voluto rimettere in circolazione questo suo scritto giovanile. Oggi, esattamente come quando uscì, avverte l’urgenza di spiegare, raccontare.
In faccia a chi dice che la Resistenza è stato un mito creato dalla propaganda comunista.

“La distinzione tra l’antifascismo e la democrazia è una falsa distinzione”.

Partigiani della montagna – Giorgio Bocca

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Quando racconto una storia

29 Ottobre 2009 8 commenti

Quando racconto una storia mi devo trovare in quella situazione di tensione fra quello che vorrei dire e quel che vorrei scrivere. Devo avere qualche frase forte, qualche bella immagine. Devo avere, insomma, una specie di discorso già in testa.
Ci sono alcune storie che mi va di raccontare perché per me hanno un senso, altre hanno un senso per gli altri e io le racconto lo stesso. Ce ne sono altre ancora che sembrano contenere dentro di loro un dovere. Le mie parole non sono più totalmente mie, perché servono per raccontare qualcosa che si deve sapere. Uso quel che so fare perché un fatto sia conosciuto. Questo blog è solo la tessera di un mosaico. Una tessera sola e anche fra le più piccole, ma non importa. A volte il dovere va compiuto aldilà dei mezzi a disposizione.

Stefano Cucchi passeggia per un parco, a Roma, la notte fra il 15 e il 16 ottobre. Ha in tasca della marijuana e viene fermato. Arrestato e portato in caserma, dove passa la notte.  Nel frattempo casa sua viene perquisita. Risultato: nulla. Niente di niente.
Il giorno dopo, in tribunale c’è l’udienza di convalida. Presente, tra gli altri, il padre di Stefano. Nota sul viso del figlio lividi ed ematomi. Dopo l’udienza di convalida c’è il carcere di Regina Coeli. Passa un giorno. Dal carcere viene trasferito all’ospedale Sandro Pertini, reparto detentivo. "Dolori alla schiena" è la motivazione.
Dal 17 ottobre al 22, i  familiari di Stefano fanno di tutto per cercare di vedere il ragazzo. Capire come sta, capire perché ha quei segni sul volto. Ma non è possibile vederlo: così gli dicono all’ingresso dell’ospedale.
Il 22 ottobre viene comunicato il decesso di Stefano. I genitori possono vederlo solo da morto: un volto distrutto completamente tumefatto, un occhio rientrato nell’orbita, la mascella rotta. Ai consulenti di parte è stato proibito fotografare quel volto, quel corpo.
La sorella dice che era coperto da un lenzuolo e che quindi non ha potuto vedere il resto del corpo. Solo il volto era visibile. Il volto e i segni di violenza.

Ancora una storia di buio. C’è stato Aldo Bianzino, morto nell’ottobre del 2007 in circostanze molto molto simili. C’è stato anche Federico Aldrovandi, morto nel gennaio 2006: lui in carcere non ci è proprio arrivato. E’ stato pestato a morte dalla polizia al momento del fermo.

Le parole mancano, ma se ci mancano quelle hanno vinto loro.
Nell’Italia della crisiormaiallespalle, degli schermi piatti e del benessere a rate, succede questo. Fa fatica vederlo. Fa fatica pensare che dobbiamo confrontarci con una polizia che ammazza e con un sistema omertoso che copre. Fa fatica e fa paura pensare che basta varcare un confine sottilissimo, arbitrario, labile e diventi il bersaglio. Appiopperanno qualcosa alla tua vita per farti appartenere alla schiera di quelli che "tutto sommato se la sono andata a cercare". Così il sipario calerà e tutti si sentiranno a posto con la loro coscienza.

Quando racconto una storia cerco di andare al punto. Il punto è che un ragazzo di 31 anni è stato ammazzato di botte dalle divise.
Fine della storia.

Zygmunt

24 Ottobre 2009 1 commento

Sette e 20 di sabato mattina. Nella nostra camera si accende la luce del comodino di Luisa. Il termosifone borbotta, lei vuole guardare se per caso sta perdendo acqua e  gocciolando sul parquet. Io approfitto della luce per andare in bagno. Le finestre del bow-window, è come se fossero offuscate. Lo erano anche qualche ora prima, quando il pentolone con dentro i pizzoccheri stava bollendo e, di conseguenza, appannando i vetri. Quando vado in bagno la notte sono in uno stato di quasi sonnambulismo. Però un barlume di lucidità per intuire che non può essere che siano offuscati ancora dalla condensa, ce l’ho. Infatti non è condensa. È nebbia. Nebbia fittissima. Mentre in bagno faccio quello che devo fare, penso ai libri di Scerbanenco, ai “Ragazzi del Massacro” e a quella stessa nebbia che entrava negli uffici della questura, mentre l’ex medico Lamberti interrogava dei ragazzini colpevoli di avere massacrato la loro insegnante.

Torno a letto e mi riaddormento subito.
Questa Maria è particolare. Forte, ma si sente che non è naturale: al mio risveglio c’è un accenno di mal di testa. Con quella di Giorko non succede. Si vede che è un’altra cosa.

Adesso c’è il sole. Un sole freddo che filtra comunque, cercando di vincere una foschia diffusa. Luci da quasi inverno in questo sabato mattina. Se non altro siamo usciti dalla nebbia.

Uscire dalla nebbia: penso sia una tensione comune per l’essere umano. Almeno per quelli non ancora del tutto convinti che la nebbia sia una condizione di vita più che accettabile. A me la nebbia mette ansia e spero di non abituarmici mai.
Un contributo notevole a questo processo di diradamento della foschia, lo sta dando il libro di Bauman, “La solitudine del cittadino globale”. In poche parole il brillante sociologo cerca di capire cosa non va in questa nostra società post moderna. Cosa manca? Il tessuto sociale. La consapevolezza di essere cittadini, il dovere di interessarsi alla vita e agli accadimenti che riguardano la polis.
Il mondo è recentemente cambiato. Niente più blocchi contrapposti. Vince il mercato e il benessere, dicunt. Il mondo è un posto migliore, dunque. Ma allora “se la battaglia per la libertà è stata vinta, come si spiega che la capacità umana di immaginare un mondo migliore e di fare qualcosa per migliorarlo non è tra i trofei di quella vittoria? E ancora, che genere di libertà è quella che frustra l’immaginazione e tollera l’impotenza delle persone libere nelle questioni che le riguardano?”.

Mi trovo spesso a parlare con i miei amici di quel che non va, di un qualcosa di assolutamente chiaro nelle nostre teste ma, allo stesso tempo, di difficile definizione. Un senso di lontananza da ciò che è rappresentazione, identità nelle istanze, assenza di spazi di partecipazione. È tutto lontano, poco controllato. La politica si svolge altrove, noi la osserviamo, a tratti anche attentamente: ci scagliamo contro, abbiamo vagonate di argomentazioni, che però non escono dalla serata in compagnia e restano lì. Convinte della loro giustezza e impotenza.

Dietro ad ogni analisi ci deve essere un perché, altrimenti è inutile lamentarsi. I perché sono quasi sempre alla fine di territori complessi da attraversare. Ci sono motivi storici, economici, sociologici, politici, antropologici. Devi cercare il nodo giusto, comprendere quale fattore ha influito e perché.

Il mondo è cambiato, si diceva. Vince il mercato. Il consumo è il vero fattore unificante, quello che ci accomuna davvero tutti: in base a cosa consumi e a come lo consumi si capisce chi sei, quanto guadagni, che prospettive hai.
Le idee sono cosa vecchia. Lo so bene io che sono comunista. Dicono che le nostre idee sono state superate dal tempo e spesso a dirlo sono dei (ex) compagni. Posso anche essere d’accordo. Non pretendo che le mie idee possano attraversare indenni i secoli. Ma qui la questione è abbandonare un sistema di pensiero per abbracciare la semplificazione delle cose, il pensiero semplice, la politica del quotidiano, quella priva di punti di riferimento: senza grandi sogni, senza scelte nette, senza simboli, senza bandiere, senza contrapposizioni dure, sempre nel rispetto dell’avversario, anche se si tratta di qualcuno che vuole distruggere le regole che ci siamo dati perché certi orrori del passato non si ripetessero.

Io continuo a cercare di capire. Non penso che niente sia casuale. Come la scomparsa di ciò che è pubblico, tutto a vantaggio della individualizzazione. Al centro c’è il singolo. Troppo complessa da gestire  la collettività. Il singolo, l’individuo è il parametro di questa società finalmente libera, anche se “l’individualità privatizza denota, essenzialmente, la condizione di non libertà”.
Di conseguenza è la sfera privata ad essere al centro, non quella pubblica. Ed è tutto molto più innocuo. Ciò che è pubblico e che riguarda tutti resta nelle mani di pochi. Noi siamo troppo impegnati a lavorare su di noi, a cercare spazi come un passaggio televisivo, costi quello che costi. “Per un curioso capovolgimento, la sfera privata, che ha sempre rivendicato il proprio diritto alla segretezza, è stata ridefinita di punto in bianco come una sfera con diritto alla pubblicità. L’espropriazione ha assunto la forma della concessione. L’intrusione ha indossato la maschera dell’emancipazione”.

E tutti dietro.

In questo sabato mattina ormaiquasioradipranzo, cerco di uscire dalle nebbie. La testa va meglio. I termosifoni gorgogliano ma non lasciano tracce di acqua a terra.

Penso che mi butterò sul divano a leggere in attesa di trovare le forze per lavare e ingrassare la moto.

Ho bisogno di capire.
L’uomo è l’unico animale che ha la consapevolezza della propria morte. È per questo che ha sempre cercato qualcosa che gli sopravvivesse. La patria, la famiglia, la religione. Rimedi peggiori del male. Tutto parte dalla nostra mortalità e da come si reagisce a questo problema non da poco.

Accettare la mortalità significa non smettere di interrogarsi, di mettere in discussione tutti i giudizi e i verdetti, nonché le basi su cui poggiano i giudizi e le premesse che portano ai verdetti”.

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Immigrati

7 Settembre 2009 1 commento

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, gli uni vicini agli altri. Quando riescono avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

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Vada per i Dire Straits e Martin Luther King

27 Maggio 2009 6 commenti

In previsione del ponte l’attività fisica si intensifica. C’è da andare sull’appennino tosco emiliano e vedere molti amici. Forse ci sarà pioggia e, forse, dovremo portarci dietro le cerate. Per me non ci sono grandi problemi. A meno che non diluvi, la pioggia in moto fa parte del gioco, della scelta. L’unica accortezza è non fare affidamento sul bordo della ruota in curva: se quando è tutto asciutto puoi contare sul fatto che si agganci all’asfalto tanto da tenere saldamente inclinati qualche centinaio di chili,  quando piove pensi alle uova, alla delicatezza e ai movimenti leggiadri.

Ieri sono andato in palestra a correre. Tutto bene, mi sentivo in forma. Dopo i miei pesi, salgo sul tappeto elettronico e inserisco i dati per la mia corsa: peso 80, pendenza 0, velocità 5.5 (inizio con due minuti di camminata veloce), tempo 33 minuti. Davanti a me due schermi: uno trasmette “uomini e donne”, l’altro un talk show pomeridiano su rai2, pieno zeppo di perfetti sconosciuti. Qualche tempo fa ho sentito dire ad Erri De Luca che la televisione è importante: “tiene compagnia a tanta gente, a chi sta in casa, a chi è in ospedale, a chi sta in carcere. Per questo mi è cara”. Un punto di vista privo di ogni snobismo: “io non la guardo, la accendo raramente, preferisco mettere su un film”. Penso che Erri De Luca abbia ragione. Il fatto che noi ci possiamo salvare dal terrificante palinsesto, non può farci dimenticare di chi passa la maggior parte del suo tempo davanti a questo moderno focolare.
Io trovo “uomini e donne” la fine della civiltà occidentale. Non c’è altro da dire. E sì che in palestra lo vedo senza audio, perché c’è la radio in diffusione. Ma mi bastano i gesti volgari, sopra le righe, la celebrazione del nulla, del vuoto più totale all’interno del quale c’è posto per ogni nessuno disposto ad inventarsi un personaggio, una mimica riconoscibile.
In questi casi la speranza è che, sulle  file di tappeti davanti al mio, arrivi qualche bella fanciulla dal fondo schiena apprezzabile, gentile e garbato. Per questo mi metto sempre sui tappeti in fondo…ma penso sia un trucco risaputo tra i frequentatori di palestre.

Qualche sera fa, a proposito di televisione, io e Luisa abbiamo visto su raistoria uno speciale che metteva a confronto Martin Luther King e Malcolm X. Sono sempre stato dalla parte del secondo, stimando il primo. Penso che Malcolm abbia detto e scritto le sue cose migliori nel periodo che va dalla sua uscita dalla Nazione dell’Islam fino alla fucilata che ha posto fine alla sua esistenza. Poco, pochissimo tempo.
“Nessuno ha mai ottenuto la propria libertà facendo appello al senso di umanità di chi lo opprimeva”. Questo è a grandi linee il suo pensiero. Se si scende in strada per manifestare, le prime volte si possono anche alzare le mani per fare vedere che la propria manifestazione è non violenta, pacifica, spostando così l’attenzione su quello che si vuole dire, piuttosto che sul come. Così faceva Martin Luther King. Ma se ci fossimo trovati attorno ad un tavolo, a parlare pacificamente, su molte cose non saremmo stati d’accordo.

Passano i primi due minuti di corsa. La velocità va a nove e mezzo. Incedo, anche se in realtà sono fermo. La bottiglia di acqua posta nell’apposito incavo inizia a sussultare ad ogni mio passo. Cerco di avere una falcata atletica e leggera. Aldilà dei possibili fondo schiena ad alleviare la fatica, quello che veramente conta è la musica che si sceglie. I Rage vanno benissimo, soprattutto il live a Los Angeles, quello che inizia con “Bulls on Parade”. Van bene anche gli Ska-P, con il loro nuovo album “Lacrimas y Gozos”: un canovaccio risaputo, senza troppi sconfinamenti o sperimentazioni; direi piuttosto un levare energico, colorato e adatto.
Scorro le varie possibilità sul mio ipod, molto molto ricco. Troppo forse. Va a finire che mi concentro sempre sulle stesse cose e altre restano praticamente sconosciute.

A Martin Luther King e ai suoi succedeva di scendere in piazza armati solo della loro fede e dei loro ideali. Botte, botte e ancora botte. Le prime volte passi. Poi l’idea di manifestare e venire regolarmente massacrato diventa una forma di coerenza autodistruttiva. Malcolm X era convinto quanto il pastore King della giustezza delle proprie idee. Però era per utilizzare ogni mezzo necessario. Se si alza il livello dello scontro è inutile fare come se nulla fosse.

Scelgo i Dire Straits. Nel 1992 li ascoltavo spesso. Il live chiamato “Alchemy” me lo aveva copiato su cassetta mia sorella Claudia. “È molto strumentale”, mi aveva avvisato. “Ok”, risposi io.
Forse non è proprio la musica adatta per la palestra, però sento che gira bene. Mi perdo dietro alla variazioni di “Telegraph Road”, al basso ritmico di “Private Investigations”. Ascoltando “Solid Rock” mi ricordo di una gita fatta alle medie. Non avevo praticamente nulla da dire ai miei compagni di classe: il walkman mi aveva fatto compagnia per tutta la giornata e “Solid Rock” mi aveva folgorato.
La falcata si fa leggera. Sudo, segno tangibile del mio impegno.

Guardo lo speciale di raistoria vicino a Luisa. Forse lo guardo con un po’ di pregiudizi: apro occhi e orecchie quando trasmettono spezzoni dei discorsi di Malcolm X. Ammiro entrambi, ma è lui il mio punto di riferimento.
Poi resto folgorato, proprio come da “Solid Rock” anni fa. È Martin Luther King che parla. E dice: “noi non permetteremo al nostro nemico di scegliere per noi le armi che dobbiamo usare”. È una frase profonda, intelligente, che riapre la diatriba tra violenza e non violenza. Una frase breve capace di emanare forza. Incute rispetto. Se il nemico alza il livello dello scontro, non è escluso che lo faccia per portarti su un terreno a lui più favorevole per screditarti – nella migliore delle potesi – o per distruggerti – molto più realisticamente. È eccitante quando ci sono due argomentazioni altrettanto valide. Poi comunque si sceglie, per forza. Però non si può fare a meno di capire le ragioni di chi sta sulla tua stessa barricata con modi diversi.

Forse c’è dietro Hegel. Tesi, antitesi e sintesi. Martin Luther King la tesi, Malcolm X  l’antitesi.
Probabilmente l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale  è åla sintesi. Perché per Marcos sono state armi e parole, battaglie e discorsi, libri e fucili.

Ma qui mi fermo.
I 33 minuti di corsa sono finiti. Sudato fradicio ascolto “Romeo and Juliet” mentre tento di riprendere fiato.
Penso a Luisa e alla sua mano nella mia mentre il pastore King parlava.

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Cast

21 Aprile 2009 3 commenti

Un foglio bianco e poche idee. Però questo bianco è invitante. Viene voglia di sporcarlo, vedere le proprie idee prendere forma attraverso le parole. È una tensione. Stare appresso ai propri pensieri: non farsi prendere dal panico quando non ci sono, così come non irritarsi se non riesco a stargli dietro.
Giorni di acqua e di un clima inaccettabile per aprile.
Giorni in cui guardo casa mia e penso ai poster, alle cose da attaccare.
Mi piacerebbe che il campanello suonasse come il riff vocale di “immigrant song” dei Led Zeppelin, mi piacerebbe mettere sopra al letto la croce barrata dei Bad Religion, a volte vorrei dormire in sala, collassare davanti ad un film o all’appuntamento domenicale con “controcampo”.

Vorrei spendere due parole sul mio amico Cast, che da qualche giorno non è più tra noi. Ma le parole si nascondono bene quando devi descrivere una emozione profonda.
Qualche mattina fa mi sono svegliato e il magone mi si è attaccato addosso. Ho pianto a dirotto, nel buio della tapparella abbassata. Non so da quanto non piangevo. Ne avevo bisogno, anche se mi secca molto ammetterlo. Quando piango vuol dire che ho buttato giù tutte le barriere, vuol dire che qualcosa o qualcuno mi manca come ad un bambino la mamma.
Ho pensato al suo sguardo, alla sua coda che si muoveva ogni volta che lo chiamavo.
E poi la dignità. I suoi occhi da lupo, troppo fieri per sopportare una malattia che lo avrebbe trasfigurato. La dignità che P, tra le lacrime, ha voluto salvaguardare ponendo fine ai suoi giorni prima che non lo riconoscessimo più, il nostro Cast.

Ho voluto scriverti questo, amico mio.
L’amicizia silenziosa e senza parole che si crea fra cani e uomini non ha bisogno di tante frasi. Va aldilà di ogni convenienza e per questo si impara tanto da voi.
Perciò mi fermo qui.
Mi asciugo le lacrime e ti porto dentro.

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