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Solo a me “I pascoli del cielo” ricorda “Spoon River”?

4 Dicembre 2016 1 commento

E che inverno sia!, pare dire questo clima, freddo, limpido e secco. Dicembre per certi versi è la fine del periodo peggiore. Si finisce con il botto, comunque: natale e tutto quello che comporta. I miei amici più viveur iniziano la sequela di cene natalizie; non quelle con i parenti, ma quelle con gli amici. Io fortunatamente sono abbastanza fuori dal giro delle cene natalizie con amici: ne ho giusto una, fra circa due settimane, organizzata attraverso un confusionario gruppo su whatsup. Fortuna che la mia amica Lelia mi ha messo a parte della splendida opzione di “silenziamento” gruppi. L’ho scoperta a mie spese, una sera che dovevo passarla a prendere e, per dirle che a breve sarei stato da lei, ho usato un gruppo whatsup cui partecipava anche lei. Non vedendola sotto casa sua l’ho chiamata.

“Scusa per il ritardo, ma io i gruppi whatsup li tengo silenziosi”.

Passa Natale e io già mi vedo, nel silenzio cittadino post festa, a casa di mia mamma a leggere tutto il giorno. Ma bisogna arrivarci a quel momento.

Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Wu Ming 1, “Un viaggio che non promettiamo breve- 25 anni di lotte No Tav”. Ho letto molte recensioni, ascoltato registrazioni di presentazioni, sottolineato varie parti durante la lettura. Ci sono infiniti spunti ed innumerevoli diramazioni, tutte molto invitanti (che, come spesso mi capita, mi portano a comprare altri libri). Andando al nocciolo della questione, è un libro molto importante. Rimette la barra a sinistra, saldamente. Racconta i fatti, li mette in fila. Mi ha ricordato un passaggio di una canzone di LouX, rapper mai abbastanza celebrato: “la realtà è di parte”. Il libro di Wu Ming 1 è come se desse respiro a questa provocazione. Sottolinea qualcosa in più, rispetto alla evidenza di un progetto inutile e dannoso. Racconta della melassa socio-mediatica che impedisce di vedere non solo i fatti in sé e per sé, ma anche quello che rappresentano, il peso politico che ha la loro narrazione.

“L’inferno è l’assenza della ragione”, dice Charlie Sheen in “Platoon” per cercare di descrivere l’assurdità della situazione in cui si trova. Io, al riguardo, ho provato la stessa sensazione. Ho sempre pensato, seguendo la lotta No Tav, che le ragioni di quella protesta avessero un’eco assolutamente inadeguata, se rapportata alla loro importanza. Molto spesso, parlandone in giro, ho trovato molta indifferenza e altrettanto paternalismo. La solita storia dei giovani che non sanno bene che cakkio fare, e allora via a fare la guerriglia in Val di Susa, tanto poi, tempo 10 anni, saranno tutti dirigenti di qualche mega società. Sì, così funzionerebbe effettivamente. Sarebbe il sogno di ogni governante autoritario. Ho perso tempo a dire che non si tratta solo di giovani, ma di una valle intera, anziani compresi – che, anziché andare ad osservare un cantiere, scelgono di sabotarlo -, ho perso tempo a ragionare sul fatto che, se la discriminante è la legalità, allora questo discorso deve valere anche per il cantiere che attualmente c’è e che è, carte alla mano, illegale; ho cercato di fare capire che il concetto di bene pubblico, di cui tutti possiamo usufruire e a cui tutti dobbiamo qualcosa, è prezioso e va difeso e che una valle militarizzata, con tutti i soprusi e le vessazioni che sempre accompagnano una militarizzazione, stride con l’idea di un’opera pubblica.

Vicino a casa mia c’è un banco benefico. Organizzano un mercatino con tutto quello che si trovava nelle case di anziani che se ne sono andati. Spesso nelle case, anche dopo il trasloco, restano una serie di cianfrusaglie che non si sa bene dove mettere. Ecco come nasce questo banco. Ovviamente la parte più interessante sono i libri. Ci trovi di tutto e raramente spendi più di 5 euro a libro. Ci puoi trovare delle splendide prime edizioni lasciate lì come se non avesse alcun valore, magari accanto al penultimo libro di Vespa. Io ho preso, tra gli altri, “I pascoli del cielo” Steinbeck, in una edizione Medusa del ’48. Ho iniziato a leggerlo voracemente, come sempre mi capita con Steinbeck. Man mano che leggevo le storie degli abitanti dei Pascoli del cielo, valle californiana particolarmente florida e fertile, sentivo la sensazione del già letto. Non come storie, ma come ambiente. Clima. Fra le pagine si respira un conformismo di fondo che in varie misure influenza le scelte dei protagonisti. C’è molto perbenismo e altrettanto individualismo. Lavoro, buon raccolto, stima dei vicini e l’esistenza può finire lì, anche se poi non è mai così. Entrambi i libri raccontano di soggettività sommerse e impotenti di fronte al buon senso comune.

“Dove è che ho letto qualcosa di simile?”, mi chiedevo mentre cercavo di combattere quel senso di freddo in un week end milanese.

Mi sono fatto l’idea che uno dei deficit maggiori che abbiamo, in Italia, è la attitudine ad essere comunità. Fondamentalmente siamo individui che interagiscono con altri individui, con un certo grado di libertà, ma sempre riportando tutto ad una idea individualista. Abbiamo buone maniere e diciamo cose sensate, ma questo fa di noi solo individui, appunto. L’interazione con l’altro diventa cospirazione quando si agisce come una persona sola, per obiettivi che riguardano tutti. L’Italia pullula di comitati fatti di gente che si è autorganizzata per porre fine ad una ingiustizia che spesso si presenta sotto forma di scempio ambientale. Qui si impara a decidere insieme, a concepirsi come comunità, a fare valere le proprie opinioni, a mediare, a gestire una assemblea.

È l’antidoto ad ogni autoritarismo, ad ogni ritirata nel privato, ad ogni rassegnazione, ma il messaggio di una società finalmente pacificata e che si genuflette al totem del progresso non lascia il campo facilmente.

Militari, check-point, intimidazioni, carcerazioni arbitrarie, botte e manganellate. Questo accade in Val Susa e in Val Clarea. “L’entità”, la chiama Wu Ming 1. L’entità è quell’insieme di forze che agisce perché tutto questo finisca presto: usa la stampa, la polizia, manipola l’opinione pubblica, così capita che quando racconti degli abitanti della valle che hanno acquistato vari lotti di terra sull’area del cantiere della Tav per renderne più difficoltosa l’espropriazione – azione assolutamente legale e, a mio avviso, brillante – la valenza di questa protesta viene annacquata in una ridda di commenti superficiali, di frasi fatte sul progresso, sostanzialmente di ignoranza. Il fatto che il traffico di persone e merci su quella rete sia in calo costante dagli anni ’90, non pare interessare nessuno.

Steinbeck mi piace molto. Ho letto praticamente tutto “Furore” da solo su una spiaggia deserta. Da lì mi ripromisi di approfondire questo magnifico narratore. Leggo “I pascoli del cielo” e continuo a cercare di ricordarmi da dove mi arriva quella sensazione di già letto.

Torno a quella spiaggia. O meglio: vicino a quella spiaggia, molti anni prima. Bancarella di libri nella piazzetta del paese. Compro un librone giallo, “Spoon River”. Poco più che ragazzino mi metto a leggere tutte le storie raccontate. Affascinato dai morti che parlano e raccontano, come ogni ragazzino, con il tempo ho capito quello che tutti i morti di Spoon River, in vario modo, dicevano. Anche lì avvertivo una entità: era il moralismo, il conformismo, la vita concepita solo come prosperità del proprio giardino, la socialità vissuta solo attraverso brevi alleanze temporanee solitamente per stigmatizzare ed emarginare qualcuno di diverso.

“Un viaggio che non promettiamo breve” è un libro sulla lotta No Tav, ma non solo. Le sue pagine analizzano, mettono insieme, raccontano, smitizzano, riportando i termini della discussione su un piano reale e, di conseguenza, necessariamente conflittuale.

Ho speso e buttato via parole in abbondanza quando parlavo con persone che condannavano isteriche il lancio di un sampietrino, ma che poi trovavano normale che un imprenditore portasse il lavoro all’estero lasciando dietro di sé miseria e ruberie. Nella narrazione nazionale non c’è spazio per soggettività in azione. Non se ne possono capire le ragioni profonde, è solo gente che fa casino.

“La definizione dell’essere sociale è legata alla diffusione di immagine, di identità attribuita sulla base della costruzione di status symbol. In effetti i nuovi strati marginali non hanno alcuna possibilità di esprimere delle forme di solidarietà, perché il solo linguaggio esistente è il linguaggio della desolidarizzazione, della carriera e della realizzazione individuale [corsivo mio] – e solo rispetto a queste categorie mediaticamente prodotte si può definire identità” (“Dell’innocenza – 1977: l’anno della premonizione” – Franco “Bifo” Berardi)

Io penso che una soggettività esista indipendentemente dal suo riconoscimento mediatico, esattamente come “una classe sociale esiste indipendentemente dalle formazioni politiche che ne riconoscano o meno l’esistenza”, come dice Gallino in “La lotta di classe dopo la lotta di classe”

Di fronte all’Entità non ci siamo mai fatti trovare sprovvisti ed è questo il lavoro da fare, l’unica attività che tocchi le radici del problema.

E se a qualcuno viene in mente la domanda “noi chi?”, è sul blog sbagliato.